Nostrofiglio

Ricerca e innovazione

Nuovo fiocco rosa dopo trapianto di utero: 12 nel mondo i bambini nati così

Di Valentina Murelli
trapianto_utero

05 Dicembre 2018
L'ultima arrivata è nata a San Paolo in Brasile: è la prima volta da donatore deceduto. Il punto sulla tecnica, tra limiti e prospettive.

Facebook Twitter Google Plus More

Fiocco rosa speciale alla Hospital das Clìnical dell'Università di San Paolo, in Brasile, dove alcuni mesi fa è nata la prima bimba al mondo grazie a un intervento di trapianto di utero eseguito a partire da una donatrice deceduta. A darne notizia un resoconto clinico appena pubblicato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet.

 

Si tratta della dodicesima tra bimbe e bimbi venuti al mondo dal 2014 a oggi grazie a un trapianto di utero - più un paio che dovrebbero nascere a breve - ma in tutti i casi precedenti si è trattato di trapianto da donatrici viventi: in genere madri o altre parenti delle riceventi (in un caso anche la sorella gemella). A partire dal 2011 erano stati fatti anche tentativi di donazione da cadavere, in Turchia, negli Stati Uniti e nella Repubblica Ceca, tutti falliti. Ora, il successo brasiliano promette di allargare le possibilità di ricorso a questo intervento, che rimane comunque di nicchia.  

 

La mamma e l'iter dell'intervento
A sottoporsi alla delicata operazione – che ha richiesto solo per lei 10 ore e mezzo di sala operatoria – è stata una donna di 32 anni affetta dalla sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser (MRKH): un nome complicato per indicare una condizione congenita caratterizzata dall'assenza o incompletezza di utero e vagina che interessa circa una donna ogni 5000.

 

Per lei, sposata da cinque anni e desiderosa di una famiglia, era assolutamente impossibile avere un figlio proprio: uniche opzioni praticabili l'adozione o la maternità surrogata (utero in affitto). Almeno fino a quando è diventata davvero concreta la possibilità di un trapianto d'utero.

 

Per prima cosa la donna candidata al trapianto – che aveva ovaie perfettamente funzionanti – si è sottoposta al prelievo di ovociti poi fecondati in vitro con gli spermatozoi del marito. Questo perché il nuovo utero non sarebbe comunque stato collegato alle ovaie, rendendo impossibile una fecondazione naturale. Le procedure di fecondazione in vitro hanno portato alla creazione di otto embrioni, subito congelati.

 

Cinque mesi dopo è arrivata la notizia della disponibilità di un utero compatibile, donato da una donna deceduta per emorragia cerebrale. L'utero è stato l'ultimo organo espiantato dopo altri organi salvavita (cuore, fegato e reni): significa – ed è proprio una delle criticità di questo intervento - che ha dovuto rimanere senza un apporto diretto di sangue e ossigeno più lungo di quanto accada con un utero donato da vivente. Una condizione comunque affrontata con successo grazie a tecniche di irrorazione artificiale.

 

L'intervento ha in realtà comportato il trapianto non solo dell'utero ma anche di molti dei vasi sanguigni che lo irrorano, che hanno dovuto essere collegati con estrema precisione ai vasi della ricevente.

Tutte le cause di infertilità uterina
Le condizioni principali che potrebbero portare a una richiesta di trapianto d'utero sono due: la sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser e il fatto di aver subito un'asportazione dell'utero, in genere per via di un tumore o di una complicazione post-parto.

In un articolo di commento al resoconto sul trapianto brasiliano pubblicato sempre da Lancet, però, i ginecologi Cesar Diaz-Garcia e Antonio Pellicer di IVI, il più grande gruppo di riproduzione assistita al mondo, sostengono che, una volta ottimizzata, la procedura potrebbe essere presa in considerazione anche per situazioni più “controverse”, come la presenza di fibromi non operabili o casi di ripetuti fallimenti di impianto dell'embrione.

 

La gravidanza e il parto
Trentasette giorni dopo il trapianto la donna ha avuto le prime mestruazioni della sua vita e sette mesi dopo i medici hanno effettuato il trasferimento nel nuovo utero di uno degli embrioni crioconservati. Chissà quanta emozione hanno provato mamma e papà un mese dopo il transfer nel vedere finalmente, alla prima ecografia, quel piccolo embrione di 3 mm con battito cardiaco regolare.

 

Nelle settimane e nei mesi successivi la gravidanza è andata tutto sommato bene: non ci sono state particolari complicazioni ostetriche, l'aumento di peso della mamma è stato regolare, le ecografie non hanno evidenziato anomalie evidenti della bambina. Che è stata fatta nascere a 35 settimane e 3 giorni, con parto cesareo programmato: un meraviglioso fagottino di 2550 grammi per 45 cm di lunghezza. Durante il cesareo è stato rimosso anche l'utero trapiantato. Mamma e bimba sono state dimesse dopo tre giorni.

 

Ovviamente, dal momento del trapianto fino alla rimozione dell'organo la mamma ha seguito una rigida terapia a base di farmaci immunosoppressori per ridurre il rischio di rigetto del nuovo organo. Proprio per via della necessità di questa terapia il trapianto d'utero (che non è un organo salvavita) viene in genere considerato “a tempo”: le équipe che lo hanno realizzato hanno previsto di rimuovere l'organo trapiantato dopo una o due gravidanze o dopo alcuni anni passati senza che sia stato possibile portare a termine una gravidanza. 

I precedenti
Quello brasiliano non è stato il primo intervento di questo genere. A parte gli esperimenti condotti sugli animali - soprattutto ratti, ma anche pecore e, più di recente, primati – il primo trapianto di utero (da vivente) è stato realizzato nel 2000 in Arabia Saudita, ma l'intervento non era andato bene: l'organo aveva subito una pesante trombosi ed era stato subito rimosso. Dopo un tentativo – fallito – di trapianto da cadavere, eseguito in Turchia nel 2011, i primi successi sono arrivati dalla Svezia, grazie all'équipe del ginecologo Mats Brännström, della Sahlgrenska Academy di Gothenburg, che al momento ha all'attivo otto nascite (più una gravidanza in corso). E altri tentativi sono stati fatti un po' in tutto il mondo, dalla Serbia alla Cina, dall'India (dove è attualmente in corso una gravidanza) agli Stati Uniti. L'operazione è stata effettuata in tutto una cinquantina di volte.

 

Le prospettive per il futuro
Riuscire a effettuare un intervento di questo tipo partendo da un donatore deceduto e non necessariamente da un donatore vivente allarga in modo significativo le possibilità di ricorrervi.

 

Resta però il fatto che si tratta di un intervento ancora poco più che pionieristico, che offre più domande che risposte. Come ricorda un articolo di commento pubblicato sempre su Lancet a margine del resoconto del risultato brasiliano, rimangono da chiarire bene molti aspetti tecnici relativi alle procedure chirurgiche, ai protocolli terapeutici di immunosoppressione, alle tempistiche di controllo durante e dopo la gravidanza. Senza contare le preoccupazioni per lo sviluppo fetale, che potrebbero essere compromessi da minimi difetti nella formazione della placenta o nell'irrorazione sanguigna legati al trapianto.

 

Infine c'è un altro punto da prendere in considerazione: per quanto entusiasmanti siano i risultati ottenuti negli ultimi anni stiamo pur sempre parlando di un iter complesso che richiede almeno tre interventi chirurgici pesanti – il trapianto, il cesareo e la rimozione dell'organo – più una terapia farmacologica massiccia. Anche in presenza di un fortissimo desiderio di maternità, non tutte le donne con con infertilità uterina sarebbero disposte ad affrontare un iter simile.

 

Nella foto in apertura, l'équipe di medici che ha eseguito il trapianto di utero con la neonata (Divulgação / Hospital das Clínicas)