Terapie innovative

Talassemia: ottimi risultati con la sperimentazione italiana di terapia genica

Di Valentina Murelli
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23 Gennaio 2019
La terapia si è dimostrata efficace soprattutto nei bambini, rendendoli liberi da trasfusioni per il tempo di osservazione della sperimentazione. Anche gli adulti comunque hanno avuto benefici, con una riduzione del ricorso alle trasfusioni

 
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Sono molto positivi i risultati della prima sperimentazione al mondo di terapia genica per beta talassemia che ha coinvolto anche pazienti pediatrici

. Una sperimentazione tutta italiana, coordinata dal gruppo di ricerca di Giuliana Ferrari dell'Istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica di Milano, con il coinvolgimento di vari centri italiani esperti di talassemia e di associazioni di pazienti.

 

I risultati della sperimentazione


Come raccontato sulla rivista Nature Medicine sono stati trattati nove pazienti - tre adulti, tre adolescenti e tre bambini, tutti con forme gravi di beta talassemia, tali da renderli completamente dipendenti da frequenti trasfusioni di sangue - ottenendo ottimi risultati.

 

A distanza di oltre un anno dal trattamento (gli adulti sono stati trattati per primi, ormai quasi tre anni fa) la terapia è risultata sicura ed efficace: in particolare, tre dei quattro pazienti più giovani hanno raggiunto una totale indipendenza dalle trasfusioni di sangue, mentre nei tre pazienti adulti si è comunque ottenuta una significativa riduzione della loro frequenza. Solo uno dei bambini trattati non ha riportato effetti positivi e i ricercatori stanno ora cercando di capire perché.

 

Altre sperimentazioni cliniche di terapia genica erano state svolte in passato in altri paesi, dando sempre risultati interessanti, ma riguardavano tutte pazienti adulti. “Questa è la prima volta che la terapia genica per la beta talassemia viene utilizzata in pazienti pediatrici. I risultati raccolti fino ad ora dimostrano non solo la sua sicurezza in questo contesto, ma anche la sua maggiore efficacia”, ha spiegato Giuliana Ferrari. “Dal momento che la malattia compromette in modo progressivo l’integrità del midollo osseo, intervenire in giovane età permette di ottenere risultati migliori”.

 

La malattia


Come ricorda un comunicato del San Raffaele, “la beta talassemia è una malattia genetica del sangue causata da una mutazione del gene che codifica per la beta-globina, una proteina fondamentale per il funzionamento dei globuli rossi e in particolare per il trasporto dell’ossigeno”.

 

“Esistono oltre 300 mutazioni note di questo gene, che possono dare origine a forme di beta talassemia di diversa gravità. Le mutazioni più gravi causano una quasi totale assenza della proteina nel sangue dei pazienti, che per sopravvivere devono ricorrere a frequenti trasfusioni, con una riduzione drammatica della qualità della vita, o al trapianto di midollo osseo da donatore”. Non sempre, però, il trapianto è possibile e comunque non è privo di rischi per il ricevente.

 

La terapia genica


Da qui l'idea di tentare altre vie terapeutiche, a partire dalla terapia genica. Il principio è semplice: poiché la malattia dipende dalla mutazione di un gene, si tratta di fornire alle cellule con il gene difettoso una sua copia corretta. La pratica, però, ha richiesto negli anni il superamento di numerose sfide tecnologiche e cliniche.

 

Tra queste, per esempio, l'identificazione di “veicoli” efficienti per il trasporto nelle cellule del paziente del gene sano (in gergo tecnico si parla di vettori), un aspetto sul quale il gruppo di Ferrari ha lavorato a lungo, mettendo a punto protocolli innovativi proprio per massimizzare l'efficacia di questi vettori. A proposito, una curiosità: i vettori utilizzati si basano su virus appartenenti alla stessa famiglia del virus HIV, ovviamente modificati in modo da risultare del tutto innocui e utili solo per il trasferimento del gene buono.

 

Come funziona la terapia

Servono vari passaggi:

1. raccolta dal sangue dei pazienti di cellule staminali emopoietiche, dalle quali hanno origine tutte le cellule del sangue stesso, come globuli rossi e cellule del sistema immunitario;


2. inserimento all'interno di queste cellule della copia corretta del gene difettoso, in modo che le nuove cellule del sangue possano essere in grado di produrre emoglobina funzionante. Questo passaggio avviene in laboratorio, grazie a quei vettori virali di cui abbiamo parlato;


3. reintroduzione delle cellule modificate nel paziente, attraverso un'infusione direttamente nelle ossa, per favorire l'attecchimento nel midollo osseo. Nel frattempo, il paziente deve aver ricevuto una chemioterapia per preparare il midollo ad accogliere le nuove cellule, eliminando quelle vecchie.

 

4. se tutto va bene, le nuove cellule “corrette” cominceranno a produrre emoglobina sana e continueranno a farlo per tutta la vita.

 

La tecnica utilizzata è molto simile a quella già impiegata sempre da ricercatori dell'Istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica per altre malattie rare del sangue, come l'immunodeficienza ADA-SCID, il cui trattamento è diventato il primo farmaco di terapia genica registrato al mondo, la leucodistrofia metacromatica e la sindrome di Wiskott-Aldrich.