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Malattie infettive

Coronavirus: perché bisogna continuare a non farsi prendere dal panico

Di Valentina Murelli
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25 febbraio 2020

Tra titoli allarmisti, assalti ai supermercati, liti di esperti, meglio ragionare sui dati e provare a mantenere la giusta lucidità

Diciamolo, la situazione sembra sfuggita di mano. Da quando sono stati registrati nel nostro paese i primi casi di contagio diretto di nuovo coronavirus, giornali e tv sembrano concorrere al premio di "titolo più allarmista dell'anno", gli esperti si azzuffano sui social a proposito della pericolosità del virus (è come un'influenza! No, è molto più grave di un'influenza! No, è una simil-influenza e così via) e i supermercati vengono letteralmente presi d'assalto.

 

Lo abbiamo già scritto: avere paura dei virus, dei contagi, è naturale. È la nostra storia evolutiva che ce lo impone, perché è caratterizzata da sempre dalla battaglia contro i microbi responsabili delle malattie infettive. Ma se è normale essere spaventati di fronte alla notizia di un nuovo virus che arriva da lontano, questo non significa che sia opportuno farsi prendere dal panico. Al contrario, proprio questo è il momento di mantenere i nervi saldi, provando a separare – per quanto difficile – emotività e razionalità.

 

Come si fa a non farsi prendere dal panico, se anche gli esperti continuano a discutere sulle possibili conseguenze del virus?

 

Tanto per cominciare, bisogna ricordare – come ha fatto la giornalista scientifica Barbara Gallavotti – che " questo agente infettivo è nuovo, lo si sta ancora studiando ed è normale che gli scienziati discutano e dissentano fra loro sui punti ancora oscuri. Anzi, sarebbe grave se non succedesse".

 

E un'altra giornalista scientifica, Roberta Villa, ha precisato a nostrofiglio.it che "per di più in questo momento anche gli esperti sono subissati non solo di dati e informazioni ma anche di continue richieste di interviste e commenti, per cui può anche capitare che qualcuno non sia estremamente preciso quando parla. Detto questo, il messaggio fondamentale non cambia ed è che il nuovo coronavirus è un problema serio a livello di sanità pubblica, perché se non viene adeguatamente contenuto potrebbe mettere a dura prova il sistema sanitario, mentre a livello di singoli individui la situazione è meno allarmante di come viene spesso presentata".

 

Gravità e mortalità del virus: cosa dicono i dati

 

Non si tratta di stabilire se il nuovo coronavirus, il Covid-19, sia più o meno pericoloso di un'influenza, ma dare un'occhiata ai dati è sempre una buona idea, e un appiglio che può aiutare a non perdere la ragione. Prendiamo gli ultimi dati pubblicati dal Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie e subito ripresi dalla rivista medica JAMA. Fanno riferimento a oltre 72 mila casi di coronavirus, con un totale di oltre 44660 casi confermati, e dicono che la forma infettiva è stata:

  • lieve nell'81% dei casi;
  • grave nel 14% dei casi;
  • critica (cioè tale da richiedere rianimazione) nel 5% dei casi.

E ancora, che il tasso di mortalità è stato del 2,9% nella provincia di Hubei (la più colpita, tanto che è stato necessario costruire da zero nuovi ospedali per accogliere i pazienti) e dello 0,4% nel resto della Cina.

 

Sulla sua pagina Facebook l'infettivologo Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del policlinico San Martino di Genova e presidente della Società italiana di terapia anti-infettiva, ha commentato questi dati sottolineando che "si tratta di dati provenienti da un paese come la Cina dove la qualità degli ospedali non è certamente elevata come quella italiana. Sono sicuro che, alla fine dell'epidemia, nel sistema sanitario italiano la letalità sarà ancora più bassa". E conclude: "Non bisogna banalizzare il Covid-19, ma neanche continuare a fare inutili allarmismi e previsioni catastrofiche".

 

Come abbiamo già scritto, la stessa analisi riporta dati molto rassicuranti sui bambini, che sembrano essere la fetta di popolazione che corre meno rischi con il nuovo coronavirus: solo l'1% dei casi presi in esame ha riguardato ragazzi tra i 10 e i 19 anni e solo l'1% dei bambini sotto i 10 anni. Nessuno dei decessi si è verificato sotto i 10 anni.

 

Eppure l'informazione sembra andare in un'altra direzione – e questo sicuramente non aiuta a mantenere la calma – tra titoli decisamente allarmisti e decessi spesso "sbattuti in prima pagina" senza adeguata contestualizzazione. Per esempio, dei sette decessi registrati in Italia in questi giorni sappiamo che sei hanno riguardato persone che avevano già altre malattie anche gravi (in alcuni casi erano già anche ricoverati) e uno un uomo di 88 anni. Ovviamente questo non significa che si è trattato di situazioni di minore importanza: ogni persona conta (è perfino banale sottolinearlo, ma di questi tempi meglio essere precisi...), ma è chiaro che la contestualizzazione aiuta a rendersi conto di cosa parliamo esattamente quando parliamo della pericolosità di questo virus.

 

Quarantena, scuole chiuse, gite sospese... a cosa servono davvero?

 

Anche le misure di contenimento previste, come la quarantena degli abitanti di alcuni comuni particolarmente interessati dai contagi, la chiusura delle scuole in alcune regioni, la sospensione delle gite scolastiche a livello nazionale, ha generato in alcuni casi allarme e confusione. Da un lato c'è chi pensa che queste misure, considerate drastiche, non facciano che rivelare che il virus sarebbe molto più pericoloso di quanto "ci raccontano": se chiudono tutto allora deve essere davvero qualcosa di grave. Dall'altro, chi si lamenta dei disagi e cerca di sottrarsi al controllo: se è poco più di un'influenza, perché tutto questo "rumore"?

 

Ora, un punto su cui forse non si è insistito abbastanza è che tutte queste misure non servono tanto a proteggere i singoli: "Certo, anche a questo – precisa Villa – ma la priorità è soprattutto proteggere la collettività, bloccando o per lo meno limitando il più possibile la circolazione del virus". Che non ci farà morire tutti, ma può rappresentare un problema importante per persone anziane e per la tenuta della sanità pubblica in generale.

 

Va da sé che più il virus circola, più contagi ci saranno e, tra questi, più saranno i casi critici, che richiedono interventi in terapia intensiva. "Ma un conto – sottolinea Villa – è gestire pochi casi critici contemporaneamente, un altro conto è doverne gestire a centinaia". Il che è proprio quello che è successo nella provincia dello Hubei e che probabilmente spiega la mortalità più elevata in quella zona rispetto ad altre della stessa Cina.

 

Perché il panico può ancora essere pericoloso

 

Ci sono varie ragioni, oltre al fatto che ovviamente in preda al panico si vive parecchio male. "Ci possono essere effetti pratici immediati" spiega Villa. "Per esempio: quando il panico sale in genere i numeri d'emergenza vanno in tilt e non sono più contattabili da chi ha veramente bisogno: che si tratti di una persona che ha il fondato sospetto di aver contratto il coronavirus o di persone in altre emergenze, dall'infarto all'incidente domestico o d'auto".

 

Poi ci sono possibili rischi a lungo termine: "La nostra capacità di rimanere in allarme ha una durata limitata. Non possiamo starci per mesi e tanto più siamo andati in panico, tanto maggiore è la probabilità che se non succede nulla poi siamo portati a pensare che non ci sia più nulla di cui preoccuparsi. Questo potrebbe portarci ad abbassare la guardia, per esempio abbandonando le abitudini salutari che gli esperti continuano a raccomandare: lavare le mani, non uscire in caso di sintomi respiratori, gettare via i fazzoletti usati e così via. Difficilmente l'emergenza coronavirus si risolverà in una settimana: dobbiamo attrezzarci per riuscire a rispondere in modo sensato anche sul lungo periodo".

 

E anche continuare a dipingere il coronavirus come qualcosa di apocalittico può avere conseguenze negative in questo senso. "Se questa è l'immagine che passa, chiunque abbia il raffreddore o la tosse sarà portato a pensare, per paura, di non avere il coronavirus e si comporterà di conseguenza, cioè con più leggerezza di quanto farebbe se fosse consapevole di poterlo avere. Risultato: rischio di maggior diffusione, con le possibili conseguenze che abbiamo elencato".

| Ministero della Salute

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