Depressione post parto

Arriva negli Usa il primo farmaco specifico per la depressione post parto

Di Valentina Murelli
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26 Marzo 2019
Il brexanolone, la forma sintetica di un ormone prodotto nel cervello durante la gravidanza, promette di rivoluzionare il trattamento di questa condizione. Ma al momento annunci troppo entusiastici sui suoi effetti andrebbero presi con cautela
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In pochi giorni la notizia ha fatto il giro nel mondo: negli Stati Uniti, l'ente governativo deputato alla regolamentazione di farmaci, cosmetici e alimenti (Fda), ha autorizzato l'arrivo sul mercato del primo farmaco specifico per la depressione post parto (qui il comunicato stampa ufficiale in inglese).

 

Si chiama brexanolone, è la forma sintetica di un ormone prodotto nel cervello durante la gravidanza a partire dal progesterone, e sono stati in molti ad accoglierlo con grande favore, come terapia pronta a rivoluzionare il trattamento della depressione post parto. Non tutti, però, condividono questo entusiasmo.

 

Rispetto ai farmaci tradizionalmente usati per la depressione che può colpire la neomamma dopo l'arrivo di un bebè, come per esempio antidepressivi "classici" o ansiolitici, che possono richiedere tempi abbastanza lunghi per fare effetto (anche due o tre settimane) il brexanolone sembra promettere una maggiore rapidità d'azione, risultando efficace anche a 48 ore dall'inizio del trattamento. Il rovescio della medaglia però è una notevole difficoltà di utilizzo, associata a un costo molto elevato (34 mila dollari per trattamento).

 

Per il momento, infatti, è autorizzata la sola somministrazione per via endovenosa (flebo) in regime di ricovero ospedaliero, sotto stretto monitoraggio, per via del rischio di effetti collaterali: non solo nausea e sonnolenza ma anche possibilità di svenimenti improvvisi. La somministrazione è in un'unica dose, ma l'infusione dura in tutto circa 60 ore, due giorni e mezzi, nei quali alla mamma è richiesta la sospensione dell'allattamento.

 

L'autorizzazione da parte dell'Fda è arrivata dopo la pubblicazione, lo scorso settembre, dei risultati di due studi clinici che hanno coinvolto in tutto 246 donne con diagnosi di depressione post parto moderata o grave. A circa metà di queste è stato somministrato il nuovo farmaco, mentre un'altra metà ha ricevuto un placebo: nessuna sapeva a quale gruppo di intervento era stata assegnata.

 

Già un paio di giorni dopo l'inizio del trattamento (farmaco o placebo) entrambi i gruppi di partecipanti hanno riferito un miglioramento dei sintomi, con effetti però più marcati per le donne trattate con il brexanolone. Non deve sorprendere che anche in assenza di farmaco attivo siano stati riportati miglioramenti, perché l'effetto placebo è piuttosto comune negli studi sulla depressione.

 

Le condizioni delle neomamme sono state rivalutate anche a un mese di distanza dal trattamento, ma in questo caso i risultati sono apparsi meno netti, con miglioramenti paragonabili in entrambi i gruppi, soprattutto per le donne con depressione moderata. Un effetto che potrebbe dipendere da una naturale regressione della depressione con il tempo, o dall'effetto delle tradizionali terapie antidepressive, che le partecipanti avevano comunque continuato ad assumere.

 

Quelli descritti sono certo risultati interessanti, soprattutto - sottolinea l'Fda - per i casi di depressione post parto più gravi, quelli che potrebbero portare la mamma a farsi del male o fare del male al suo bambino, ma non si possono non menzionare anche gli importanti limiti di questi studi. Il primo è fatto che non si tratta di studi indipendenti: sono infatti stati finanziati dalla ditta produttrice del farmaco, la Sage Therapeutics, che ha anche partecipato alla loro organizzazione oltre che all'analisi e interpretazione dei dati e alla scrittura dell'articolo scientifico poi pubblicato.

 

Poi ci sono il piccolo numero di partecipanti e la durata piuttosto breve. “Un mese è troppo poco per valutare l'effetto di una terapia antidepressiva. Come facciamo a sapere che non ci siano ricadute? Ci vorrebbero studi ad almeno sei mesi di distanza” commenta la psichiatra Franca Aceti, dell'Unità operativa di psichiatria perinatale dell'Università Sapienza di Roma.

 

Secondo la quale, oltre alla difficoltà d'utilizzo, il nuovo farmaco avrebbe anche il limite di risultare potenzialmente valido solo in un numero ristretto di casi. “La depressione post parto può comparire con quadri clinici molto diversi, a seconda della struttura di personalità della donna colpita. Però dagli studi sono state escluse donne con disturbo bipolare o schizofrenia, limitando il possibile target del farmaco, e per il suo meccanismo d'azione va precisato che questo agisce soprattutto sugli stati con una forte componente ansiosa”.

 

Per Aceti, dunque, non si tratterebbe, almeno al momento, di una rivoluzione. "Però restiamo a vedere" concede. Precisando che, in ogni caso, "il farmaco non è disponibile per il mercato italiano". Intanto, la ditta produttrice sta già conducendo un nuovo studio clinico su una formulazione più accessibile del farmaco, una pillola da assumere per via orale.