Isis

Isis e attentati terroristici: 7 dritte per spiegarli ai bambini

Di Simona Regina
emblem_of_the_islamic_state_of_iraq_and_the_levant
04 Aprile 2016 | Aggiornato il 24 Marzo 2017
La violenza degli attentati terroristici non solo risulta assolutamente incomprensibile, ma addirittura mette in crisi la fiducia incondizionata che i bambini nutrono nei confronti degli adulti. Ecco alcuni consigli dello psicoterapeuta Alberto Pellai, dal libro "Come parlare di Isis ai bambini"
Facebook Twitter Google Plus More

Come contenere la paura dei bambini innescata dai fatti di cronaca che irrompono con irruenza nelle nostre case? Alberto Pellai è tra gli autori di Come parlare di Isis ai bambini (Erickson, 2016). Nel libro lo psicoterapeuta fornisce alcuni consigli per gestire la sensazione di pericolo e convivere con una minaccia più o meno latente, infondendo sicurezza a figli e alunni.
 

1 - Bambini e ragazzi hanno bisogno di una base sicura


 
Quando la notizia di una strage irrompe in casa attraverso le immagini del telegiornale (o le voci concitate alla radio), improvvisamente ci si sente in balia di emozioni e sensazioni negative: vulnerabilità, sgomento, impotenza, terrore. “Nell’aria si respira paura. E, nella prospettiva emotiva di un bambino, un adulto spaventato diventa anche un adulto spaventante”, spiega lo psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore all’Università degli Studi di Milano.
Questo è forse il primo messaggio che noi adulti dobbiamo comprendere, secondo Pellai, se vogliamo aiutare i bambini a non rimanere travolti dalla emozioni. Gli adulti cioè hanno il compito di co­municare ai più piccoli che sanno tenere il comando della situazione, che di fronte a un’emergenza sono in grado di gestire l’ansia e la paura. “Insomma, devono saper essere i capitani di una nave in tempesta”, di cui i bambini possono fidarsi (e a cui affidarsi) per far fronte a ogni imprevisto e difficoltà.

 

2 - L’adulto deve gestire lo tsunami di emozioni che travolge il bambino


Esplosioni, urla, volti terrorizzati, persone che fuggono: il racconto mediatico dei fatti di cronaca produce un enorme impatto sulla mente dei bambini “perché aggancia immediatamente la loro attenzione emotiva e produce un senso di tensione e agitazione difficile da regolare”. Hanno perciò bisogno di un messaggio tranquillizzante, che comunichi un senso di sicu­rezza e protezione nel “qui e ora”, nonostante lo sgomento per quanto accaduto. Un esempio?  “Quello che sta succedendo in quella parte del mondo è davvero terribile. Per fortuna, però, noi siamo qui tutti uniti e nella nostra città non sta accadendo nulla di pericoloso”. Le parole dette dall’adulto di riferimento aiutano i più piccoli a non sentirsi catapultati nella scena della tragedia, e a riacquistare sicurezza emotiva: la certezza di trovarsi in un luogo sicuro, insieme a chi li protegge in ogni situazione.

 

3 - Mantenere la calma e abbracciarsi

 

La compostezza con cui l’adulto accompa­gna il modo di spiegare e di parlare di fatti tragici può fare la differenza. Per questo Pellai ci invita a mantenere la calma. “Non è facile. Ma se siamo adulti e di fianco a noi c’è un minore, non dobbiamo mai dimenticarci che questo per noi diventa un dovere. E per lui un diritto”.

Tranquillizzare, però, non significa negare le emozioni. Del resto, comunichiamo il nostro stato emotivo anche senza parlare. La paura si legge in faccia. È importante, però, tornare ad avere il controllo della situazione. E se anche il proprio figlio o la propria figlia si trova davanti la TV mentre racconta e mostra immagini di un attentato o un altro evento catastrofico (un terremoto, un incidente aereo…), la cosa migliore “è stringerli forte, farli sentire avvolti dalla protezione del nostro abbraccio”. In fondo, “quando un bambino è spaventato – spiega Pellai – la cosa che più lo aiuta è sentire di essere contenuto nell’abbraccio tranquillo e protettivo dell’adulto di riferimento. Il linguaggio dell’abbraccio che tiene e contiene è universale e serve in ogni occasione in cui un bambino sente ansia, agitazione o paura”.

 

4 - Come continuare a rassicurare i bambini se si svegliano di notte


 

Per i bambini il mondo è un posto bello in cui vivere perché hanno intorno adulti che li accudiscono, se ne prendono cura, comprendono i loro bisogni. Da qui, “lo sconvolgimento interiore che un minore sperimenta quando si accorge che, là fuori nel mondo, ci sono persone che uccidono, invece di proteggere, che generano paura e angoscia, invece che dare agli altri affetto e sicurezza” spiega Pellai. In altre parole, la violenza di una strage per mano di terroristi, “non solo risulta assolutamente incomprensibile, ma addirittura mette in crisi la fiducia incondizionata che un bambino nutre nei confronti degli adulti”. E per alcuni può avere un effetto traumatizzante con scie molto prolungate nel tempo. C’è chi, per esempio, nonostante dorma ormai da mesi, se non addirittura anni, tranquillo nella propria cameretta, si sveglia più volte nel corso della notte o ha il bisogno di ripetute rassicurazioni prima di addormentarsi.
“Il bambino, in fondo, vorrebbe avere due certezze assolute: la prima è che mam­ma e papà staranno sempre bene. La seconda è che non si separeranno mai da lui e non lo abbandoneranno mai”. Certezze che le notizie di stragi e catastrofi possono scalfire, facendolo sentire vulnerabile, in preda al timore che all’improvviso qualcosa di brutto possa succedere anche ai genitori. Ecco allora che per molte notti potrà svegliarsi, per verificare se mamma e papà ci sono e stanno bene, e aver bisogno di essere rassicurato, per sentirsi al sicuro e protetto.

 

Alle parole rassicuranti (“vedere queste cose in televisione ci fa sentire deboli e vulnerabili. In realtà, questi fatti sono molto rari. Nel mondo succedono molto di rado...” ) Pellai suggerisce di affiancare anche attività concrete. Come per esempio prendere un mappamondo, farlo girare, fermare il dito su un punto a caso della sfera, leggere il nome di quella parte di mondo e rassicurare che tutti i bambini, le bambine e le loro famiglie che vivono lì sono al sicuro, non stanno subendo nessun atto terroristico.

“La ripetizione, per alcune volte, di questa attività darà al bambino la percezione concreta che ciò che sta accadendo in un posto specifico del mondo è un evento unico, raro e difficilmente generalizzabile”.

 

5 - Il mondo è un posto bello in cui vivere

 

C’è il rischio che dopo un evento tragico, agli occhi di un bambino il mondo appaia come un luogo pericoloso in cui vivere. “Gli adulti possono aiutare i bambini a ‘ricontestualizzare’ gli eventi, mostrando e dimostrando che una guerra che avviene in un altro continente non potrà spostarsi durante la notte nella loro nazione o nel loro paese. Questo, naturalmente, non risolve la tragedia della guerra” scrive Pellai, ma può aiutarli a non soccombere alla strategia della paura, “strategia che gli stessi terroristi vorrebbero diffondere a macchia d’olio nel mondo”.

 

Come adulti, “abbiamo il dovere di sostenere la crescita dei nostri figli permettendo loro di percepire il mondo come un luogo sicuro in cui stare”. Non dobbiamo dunque far germogliare la sfiducia verso gli altri, il mondo e la vita. “Questo non significa essere avventati o sprezzanti del pericolo, ma neppure privarci della possibilità di partecipare a eventi o vivere esperienze importanti soltanto perché abbiamo paura che potrebbe succedere qualcosa di pericoloso e inaspettato”. Naturalmente l’ansia può indurci ad amplificare limiti, controlli e regole, ma “questo è probabilmente l’atteggiamento che più rischia di fare male a un figlio, perché erode in modo automatico il senso di fiducia e di speranza”.
 

6 - Non sono tutti cattivi

 

C’è il rischio che attentati come quelli dell’Isis alterino la percezione degli altri e inneschino la falsa credenza che tutte le persone che appartengono all’etnia, alla religione o alla nazione dei terroristi sono pericolose e vogliono farci del male. Come sottolinea Pellai, infatti, i media oltre a veicolare nelle nostre case le immagini delle tragedie, portano spesso anche immagini, parole e manifestazioni di odio xenofobo e razziale. Genitori e insegnanti hanno allora “la responsabilità di proporre ai minori la migliore visione del mondo possibile”, nel rispetto degli altri, senza differenze di etnia, religione, orientamento sessuale, provenienza.

 

“Ogni cosa sbagliata che viene fatta è da condannare e perseguire: ma chi sbaglia è sempre il soggetto che si rende responsabile del proprio reato, mai il credo, la nazione, la fede per cui dice di fare le cose. Questo principio è alla base della democrazia, del rispetto tra persone, della convivenza civile tra popoli e nazioni, e deve essere alla base di ogni intervento educativo di cui ci facciamo portatori”. È importante dunque, secondo Pellai, non perdere mai di vista il valore della convivenza e ricordare come di fatto il processo di integrazione è in atto: “anche a scuola, ormai in moltissime classi ci sono bambini e bambine che appartengono ad altra etnia e/o religione”.

 

7 - Manifestare solidarietà

 

Notizie di stragi o catastrofi naturali, oltre a farci sentire vulnerabili e spaventati, ci fanno sentire anche impotenti. “Con i bambini – suggerisce Pellai – è possibile, da subito, fare qualcosa di attivo per farli sentire capaci di lasciare un segno che aiuta chi sta soffrendo”.

 

Dalla preghiera a un piccolo rito da effettuare in un luogo sacro (come accendere una candela), se si è credenti, al testimoniare la propria vicinanza alle persone che vivono dove si è verificato il fatto tragico: “facendo un’offerta, rinunciando a una piccola cosa della propria quotidianità, o ancora, facendo un disegno da inviare a una scuola del territorio”. “Sono piccoli gesti – spiega– che permettono al bambino di sentire di avere un ruolo attivo, di poter fare qualcosa in termini di sostegno, solidarietà e speranza per chi e con chi si trova coinvolto in un grande dolore”.