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Italia: sempre meno parti con taglio cesareo

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20 Dicembre 2017
In Italia è in discesa il numero dei parti cesarei. In alcuni ospedali però ci sono punte oltre al 90%. Lo afferma il rapporto sul Piano Nazionale Esiti pubblicato ieri da Agenas. La percentuale è ancora insufficiente rispetto agli standard internazionali, ma mostrano un contenimento importante.

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Cala il numero di parti cesarei in Italia. Per la prima volta sono il 25% del totale, ma in certi ospedali si supera abbondantemente questa percentuale, arrivando al 90%.

Ad affermarlo è il rapporto sul Piano Nazionale Esiti, pubblicato ieri da Agenas, l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

 

Negli anni Ottanta si era verificato un aumento progressivo del numero di parti con taglio cesareo. Prima, solo una donna su dieci era sottoposta all'intervento chirurgico, dopo, anche più del 37% ( per esempio nel 2004).

In seguito, c'è stata una progressiva diminuzione.

 

Perché questa propensione ai cesarei?
"La propensione al parto chirurgico rappresenta un comportamento difficile da cambiare - si legge nel rapporto -, dove la dimensione opportunistica del fenomeno si affianca a una dimensione culturale di sottovalutazione diffusa, sia tra i professionisti sia nella popolazione femminile, dei minori rischi e dei maggiori benefici del parto naturale sia per la donna sia per il bambino".

 

Parti con taglio cesareo: 29% nel 2010, 24,5% nel 2016

Come scritto sul documento, "la proporzione di parti cesarei primari continua a scendere progressivamente dal 29% del 2010 al 24,5% del 2016". Si ricorda che l'Oms, Organizzazione mondiale della sanità, fissa al 10-15% la quota ottimale.

 

"Si stima che dal 2010 siano circa 58.500 le donne alle quali è stato risparmiato un taglio cesareo primario, di cui 13.500 nel 2016".

La situazione varia da regione regione. In certe realtà, soprattutto del centro nord, la percentuale resta sotto il 20% (Piemonte, Lombardia, Trento e Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Toscana).

Il primato di regione meno virtuosa spetta alla Campania, con una media intorno al 45%, ma con punte oltre il 90. Seguono Molise, Abruzzo e Puglia.

 

Solo l'8% delle future mamme ha un parto naturale dopo il cesareo. 

"La proporzione di parti vaginali eseguiti in donne che hanno partorito in precedenza con un parto cesareo è un indicatore che può essere utilizzato per valutare la qualità dell’assistenza fornita alle partorienti - si legge nel rapporto -: valori più alti possono riflettere una pratica clinica più appropriata dal momento che le linee guida internazionali non precludono, se non in particolari condizioni di rischio, il parto naturale in donne che abbiano precedentemente subito un cesareo e che parte dei tagli cesarei potrebbe essere eseguita per 'ragioni non mediche'".

 

Un progressivo miglioramento della qualità dell'assistenza

“L’istantanea del Programma Nazionale Esiti 2017 ci restituisce un progressivo miglioramento della qualità dell’assistenza nel nostro Paese e, in particolare, un Sud che si avvicina, benché gradualmente, alle Regioni del Nord, conseguendo risultati di miglioramento buona parte delle aree cliniche, tradizionalmente critiche, come l’ortopedia, la perinatale e dell’apparato digerente - afferma Luca Coletto, Presidente AGENAS in merito alla presentazione dei risultati dell’edizione 2017 del PNE, svoltasi ieri mattina presso la sede dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali. - Se focalizziamo l’attenzione sui progressi ottenuti dal 2010, il cambio di passo è evidente per alcune Regioni del Sud che hanno centrato e, talvolta, superato la soglia richiesta dagli standard internazionali. Pur resistendo una variabilità tra le Regioni, e in particolare dentro le Regioni, i dati vanno, dunque, letti come decisivi segnali di incoraggiamento di un sistema sanitario, fortemente impegnato a garantire un elevato standard qualitativo di performance sanitarie”.

 

Per approfondire: il Programma Nazionale Esiti - PNE Edizione 2017