Salute e benessere

Leucemia nei bambini: più germi, meno rischi

Di Valentina Murelli
fermimani
23 Maggio 2018
Uno studio fa il punto sui meccanismi alla base della malattia: un mix complesso di fattori genetici e ambientali, tra i quali la mancata esposizione alle infezioni nella prima infanzia. E i bambini che vanno presto al nido sembrano ammalarsi di meno
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Le infezioni non sono necessariamente un nemico.

Al contrario: in bambini che sono già geneticamente predisposti, proprio la mancanza di infezioni in un periodo critico della vita – quei primi mesi dopo la nascita in cui il sistema immunitario ha bisogno del contatto con i microbi per imparare a funzionare bene – possono rappresentare un fattore di rischio in più per lo sviluppo di leucemia linfoblastica acuta, il più comune tra i tumori pediatrici.

 

Lo sostiene un articolo appena pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica da Mel Greaves, direttore del centro su evoluzione e cancro dell’Institute of Cancer Research di Londra. Dopo decenni di studi su cosa inneschi la leucemia nei bambini, Greaves – che alcuni colleghi non esitano a definire una “superstar della ricerca sulla biologia del cancro - è arrivato a puntare il dito contro un meccanismo in più step che prevede sia fattori genetici sia fattori ambientali, legati appunto a una mancata esposizione precoce alle infezioni.

 

Nel suo articolo, Greaves mette insieme tutte le prove a sostegno di questa ipotesi: alcune ottenute in laboratorio, per esempio da studi su animali, altre ottenute studiando le caratteristiche della malattia a livello di intere popolazioni. “E il risultato è decisamente convincente” commenta Corrado Magnani, professore di statistica medica all’Università  del Piemonte Orientale di Novara, coordinatore in passato di uno studio italiano su tumori linfoblastici infantili citato dallo stesso Greaves.

 

Secondo lo studioso, tutto comincia con una mutazione genetica (un’alterazione della sequenza del DNA) che compare già in utero, durante lo sviluppo fetale, anche se non sappiamo bene perché. “Probabilmente – commenta Magnani - si tratta di mutazioni che compaiono in modo spontaneo. Potrebbe esserci qualche fattore che ne aumenta la frequenza, ma non lo conosciamo ancora”. Questa prima mutazione, però, da sola non basta, tanto è vero che è piuttosto diffusa nella popolazione generale: ce l’ha l’uno per cento circa delle persone, ma per fortuna solo un bambino ogni 2000 si ammala di leucemia linfoblastica acuta.

 

Dunque deve entrare in campo qualcos’altro, e per Greaves questo qualcos’altro sono delle infezioni comuni (influenza, parainfluenza, infezioni da streptococco e in generale tutto quello che può colpire un bambino nei primi anni di vita) che si rivelano capaci di scatenare la malattia se non c’è stato un corretto sviluppo del sistema immunitario durante la prima infanzia.

 

Anche in questo caso, dunque, l’infezione da sola non basta, ed è proprio qui che entra in gioco l’esposizione precoce ai microbi. “Il contatto con virus, batteri e parassiti è fondamentale nei primi mesi di vita, perché è ciò che permette al sistema immunitario di imparare a fare bene il suo lavoro” spiega Magnani. “Se questo contatto non c’è, il sistema immunitario potrebbe non maturare in modo adeguato e il risultato è che quando alla fine incontra quelle infezioni va in tilt. Ed ecco che, nei bambini predisposti, potrebbe insorgere la leucemia”.

 

Non a caso numerosi studi – compreso quello coordinato a suo tempo da Magnani – mostrano che i bambini che cominciano prima dei sei-dodici mesi, a frequentare l’asilo nido hanno un rischio significativamente più basso di andare incontro a leucemia linfoblastica acuta nei successivi quattro o cinque anni, rispetto a bambini che non ci sono andati o ci sono andati tardi. E d’altra parte, l’asilo nido è il tipico luogo in cui è molto facile entrare in contatto con vari tipi di microbi.

 

Altri studi, invece, indicano un minor rischio di questa forma di leucemia per i bambini che hanno fratelli o sorelle più grandi, che tipicamente “portano a casa” malattie, alle quali il piccolino viene esposto anche se non va al nido.

 

Ovviamente, questo non significa che chi non ha mandato presto al nido il proprio bambino adesso debba temere che si ammali, né tantomeno che i genitori di bambini con la leucemia debbano sentirsi responsabili della malattia dei figli, se li hanno tenuti a casa da piccoli.

 

“In gioco, come abbiamo visto, ci sono più fattori, e comunque l’esposizione alle infezioni nella prima infanzia riduce il rischio di leucemia, ma non le azzera del tutto”. Allo stesso tempo, però, i risultati raccolti da Greaves sono uno stimolo per i genitori a non aver paura della socializzazione precoce, delle prime malattie comuni e a non diventare schiavi di una furia igienista, che rischia di fare più male che bene.

 

In un’ottica di riduzione del rischio, inoltre, l’articolo dello specialista inglese ricorda quanto sia importante l’allattamento al seno esclusivo per almeno tre-sei mesi e quanto sia importante evitare, per quanto possibile, l’esposizione a radiazioni ionizzanti (i raggi X) nei primi anni di vita, ma anche per la mamma in gravidanza.

 

Leucemia linfoblastica acuta: tutti i fattori di rischio possibili


Ma al di là dell’ipotesi di Mel Greaves, ci sono altri fattori di rischio riconosciuti per questa malattia? “L’unico effettivamente documentato sono le radiazioni ionizzanti, cioè i raggi X” afferma Magnani. “Poi, alcuni studi sembrano indicare un aumento del rischio per i figli di donne che, durante la gravidanza, erano state esposte per lavoro a solventi o altre sostanze tossiche, o per i bambini che vivono nei pressi di strade molto trafficate. Molto ridimensionata, invece, l’ipotesi di una responsabilità dei campi elettromagnetici, come quelli delle antenne dei telefonini, che al momento non sembrano coinvolti”.