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Protezione dei minori

Norvegia, lo scandalo dei bambini strappati alle loro famiglie

Di Chiara Dalla Tomasina
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07 Agosto 2018
La Norvegia è uno degli Stati migliori al mondo dove crescere un figlio. Ma il suo sistema di protezione per l'infanzia dovrebbe essere riformato alla luce di numerosi e documentati casi di abuso di potere. Eccone un paio. Fonte: BBC

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Le Nazioni Unite considerano la Norvegia come uno dei migliori Stati per far crescere un bambino. Ma - secondo molti esperti - troppi minori sono presi in custodia e strappati alle loro famiglie senza ragioni veramente valide dal sistema statale di protezione per l'infanzia.

 

L'arresto per aver scaricato dalla rete immagini pedo-pornografiche da parte di uno dei più noti psichiatri del sistema di protezione dell'infanzia (e sostenitore di diversi decreti di allontanamento) sta facendo finalmente nascere una serie di dubbi sull'efficacia di questo sistema. Ma, per cambiare le cose, serve una profonda riforma auspicata da tanti.

 

LA STORIA DI CECILIE

 

Cecilie è una donna ora cinquantenne, madre single di una bambina, la quale, diversi anni fa, ricevette a casa sua, a Oslo, la visita di due psicologi del servizio nazionale di protezione per l'infanzia. Erano un uomo e una donna. La casa non abbastanza ordinata, le condizioni economiche della donna, che certo non navigava nell'oro ma faceva una vita dignitosa e la sua propensione a non voler accettare aiuto hanno portato il suo caso in tribunale, sotto il giudizio degli esperti del servizio protezione dell'infanzia.

 

Il report stilato dai due psicologi, che conteneva solo voci negative, ha messo sotto shock la donna, perché affermava che Cecilie "non era in grado di riconoscere i bisogni essenziali di sua figlia", che doveva quindi esserle tolta immediatamente. Da allora - e questo fatto è successo diversi anni fa - Cecilie ha visto la sua bambina solo sette volte.  «Ho perso interamente l'infanzia di mia figlia», ha raccontato la donna, «e la rivedrò solo quando sarà ormai adulta».

 

LO PSICOLOGO SOTTO ACCUSA

 

Nell'aprile scorso, però, uno dei due psicologi che avevano stilato il report "tutto al negativo" del caso di Cecilie si è trovato ancora in tribunale. Stavolta, però, non per testimoniare contro una madre o un padre considerati inadempienti, ma per essere giudicato a sua volta: nel computer dell'uomo la Polizia norvegese ha trovato 200.000 immagini e più di 12.000 video che mostravano scene pedo-pornografiche, con stupri e torture a danni di minori.

 

Il caso di quest'uomo, incarcerato per i prossimi 22 anni, solleva però un interrogativo attuale e importante: chi giudica chi giudica? E non è certo un gioco di parole: che empatia - si chiedono altri esperti - può provare un uomo con una sessualità così malata e distorta, nel giudicare come le altre famiglie trattano i loro bambini e le relazioni che instaurano con loro?

 

QUALCHE DUBBIO SUL SISTEMA

 

L'idea che si sta facendo sempre più strada, sostenuta da diversi psicologi ed esperti, è che in Norvegia i bambini vengano strappati con troppa facilità alle loro famiglie, e che questi abusi di potere si basino su prove troppo deboli per arrivare a decidere di togliere un figlio ai suoi genitori, privando - di fatto - entrambe le categorie familiari di un affetto così fondamentale.

 

IL CASO DI INEZ

 

Inez è una madre di otto figli: quattro adulti e altri quattro più piccoli: i piccoli le sono stati tolti dal tribunale nel 2013, sempre dopo aver ascoltato il parere dello psicologo pedofilo ora finalmente arrestato.

 

La donna è stata accusata (e poi arrestata) per aver tirato uno schiaffo a uno dei suoi figli, mentre questo stava picchiando uno dei suoi fratellini. «Era l'unico modo per farlo smettere e per far sì che finisse di fargli male», si è giustificata Inez. Picchiare i bambini è un'azione illegale in Norvegia, ma la donna ha usato violenza verso uno dei suoi figli solo per proteggerne un altro durante una comune rissa tra fratelli.

 

Questa versione della donna è stata confermata dai suoi bambini, ma gli incaricati dal Child Protection Service norvegese hanno travisato le loro parole, ponendo ai bambini domande faziose e mettendo loro in bocca parole mai dette. Dopo essere stata scagionata, due bambini le sono stati riaffidati, ma altri due sono ancora trattenuti in uno dei luoghi di protezione assegnato loro dallo Stato - e questo nonostante il parere favorevole al ricongiungimento di uno psicologo indipendente e di fama, che si è espresso per il ritorno a casa dei piccoli. Niente da fare: Inez può vedere i bambini solo quattro volte l'anno e può parlarle al telefono con loro solo 15 minuti ogni mese.

 

UNO SGUARDO AL FUTURO

 

«Prima del 2013 consideravo la Norvegia il miglior stato del mondo», ha detto la donna, «ma il sistema è chiuso e non c'è trasparenza: c'è troppa polvere sotto al tappeto». Serve la volontà in futuro di «cambiare le cose», conclude Inez, «altrimenti nessuno si fiderà più del sistema». Portando così altre migliaia di famiglie a una divisione forzata, dolorosa ma soprattutto non necessaria.

 

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