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Madri che uccidono i figli: perché?

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08 Dicembre 2014
Lo stato di fermo della mamma di Loris, il bambino di 8 anni ucciso nei giorni scorsi, ha posto ancora una volta l’attenzione sui casi di madri che hanno messo fine alla vita dei figli. Ma quando e perché l’amore di una mamma diventa malato a tal punto? Ci sono segnali che possono aiutare a prevenire azioni simili? Ecco alcune risposte degli esperti
 
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Il caso del piccolo Loris, il bambino di 8 anni ucciso nel Ragusano, ha portato ancora una volta a chiedersi come e perché una madre possa mettere fine alla vita dei propri bambini. La mamma del bambino, infatti, è stata sottoposta a fermo con l'accusa di aver ucciso il figlio e di averne occultato il cadavere. La donna continua a negare.

 

Non è la prima volta che assistiamo a fatti di cronaca simili: il delitto di Cogne è forse il caso più eclatante. Ma chi sono le madri assassine? Come può la mano di una madre alzarsi contro il proprio figlio? Si possono prevenire queste tragedie? Ci sono segnali che possono far capire che una mamma ha bisogno di aiuto?

 

Ne abbiamo parlato con due esperte: Margherita Spagnuolo Lobb, psicoterapeuta e direttore dell’istituto di Gestalt, e Chiara Camerani, psicologa e direttore del CEPIC (Centro europeo psicologia investigazione e criminologia).

 

Perché si arriva a queste tragedie familiari?

La cura del bambino, soprattutto nella prima fase della vita del piccolo, può avere un fortissimo impatto sull’equilibrio psico-fisico della madre, se essa non è supportata adeguatamente. Subentrano infatti cambiamenti altamente stressanti: la vita quotidiana è stravolta da un aumento improvviso ed elevato di compiti e di responsabilità, non confrontabili con esperienze precedenti. È una condizione di sovraccarico che comporta elevati livelli di stress” spiega Camerani.

 

“Quando pensiamo all'amore materno, così fondamentale nella vita di tutti noi, pensiamo a qualcosa di assoluto, di istintivo e forte. Ma la trasformazione di sé che ogni maternità impone non è così semplice: richiede una forza tale dell'io e un sostegno dell'ambiente così solido che non sempre è possibile realizzare in modo integro quella trasformazione che la maternità richiede” afferma Spagnuolo Lobb. E aggiunge: “Quante volte una madre, stanca di cullare il figlio che piange inconsolabile per tutta la notte, ha pensato di gettarlo dal balcone? Sono pensieri normali perché è normale sentire il desiderio di disfarsi di quella responsabilità a volte percepita troppo grande o fuori dalle proprie capacità. Ciò che non è normale è trasformare il pensiero in azione.  Ecco che allora il sostegno dell'ambiente, del marito e dei familiari, aiuta la donna a non frantumarsi. Lasciarsi aiutare nella cura del piccolo consente alla mamma di recuperare il senso di sé, evitando di sentirsi dilaniata dal senso di non farcela ad essere madre quando si sente fragile” continua Margherita Spagnuolo Lobb.

 

“Se questo pensiero è comune a tante mamme, è chiaro che quelle che possono avere il sostegno della famiglia o del compagno riescono a superare i momenti difficili, ritrovando il senso di essere una madre amorevole. Quando questo sostegno non c'è, la mamma può fare di tutto per attingere alle proprie risorse ma queste potrebbero non bastare. Soprattutto se ha un passato in cui già il senso di sé ha vacillato”.

 

Ma quali possono essere le motivazioni di questi gesti estremi? E come si trasforma una madre in assassina?

“Le motivazioni che spingono una donna a togliere la vita al proprio figlio sono molteplici. Talvolta la nascita di un bambino non dona alla madre quella felicità che secondo il nostro immaginario dovrebbe sperimentare; può invece sentirsi triste, rabbiosa, inadatta al ruolo di madre. 

 

Le motivazioni alla base del comportamento figlicida sono tante: dalla patologia conclamata, al rifiuto del bambino perché indesiderato, al maltrattamento causato da irritabilità o sfinimento che sfocia accidentalmente in omicidio” continua la psicologa Camerani.

 

Un sentimento di depressione dopo la nascita di un figlio è la causa più comune, un evento fortemente stressante di cui spesso le donne tacciono per imbarazzo. Lo spettro di sintomi depressivi che emergono a seguito di una gravidanza, in psicologia si definiscono disturbi dell’umore, e vanno da un grado più lieve, la baby blues, a casi più gravi di psicosi, che possono sfociare nell’omicidio”. (Leggi Depressione post parto, qui ti aiutano)

 

Ma perché una madre che non vuole più suo figlio non pensa a una soluzione alternativa, ma decide di proseguire per questa via tragica?

“L’esperienza del parto trasforma la concezione di sé che la donna ha, la simbiosi che si crea col feto prima e col bambino dopo, crea un legame inscindibile, che a volte assume forme grottesche” continua la psicologa Camerani. “L’esperienza fisica ed emotiva del parto, unita alla pressione sociale che vede la madre indissolubilmente legata e pronta a sacrificarsi per il figlio, porta la donna a vivere il bambino come un prolungamento di sé di cui non può liberarsi. Esso è parte del proprio corpo, ed è a questo punto che di fronte a tanta ambivalenza scatta il pensiero distorto: come posso dare via parte di me? La parte può essere soppressa, ma non separata . Accade una sorta di distorsione del pensiero che porta a percepire come meno dolorosa la soppressione di un figlio, piuttosto che la separazione da esso o l’accettazione dell’idea di essere una cattiva madre...così si fa strada il pensiero…’Ciò che non esiste non può farmi male’”.

 

Ci sono stati casi di madri che hanno ucciso i propri figli e poi rimosso l’accaduto. Perché?

“Perché un gesto così distonico rispetto al desiderio di essere una buona madre non può essere accettato da una mente già scossa dallo stress e dal senso di non farcela” risponde la psicoterapeuta Margherita Spagnuolo Lobb.

 

Ci sono dei segnali che si possono cogliere per evitare queste tragedie?

“Spesso le madri assassine hanno un rapporto problematico con i bambini, dei quali non riescono ad accogliere i capricci, fanno fatica a comunicare con loro e a diventare per loro figure di riferimento. Sono segnali che possono cogliere i familiari, ma anche le maestre e chiunque entri in contatto con la relazione madre-bambino” spiega ancora Spagnuolo Lobb.

 

Che cosa si può fare per aiutare le mamme in difficoltà e per evitare che arrivino a gesti estremi?

“Spesso le donne si caricano di aspettative irrealistiche sulla maternità e si fanno carico di una mole di compiti e responsabilità eccessive. Il supporto del partner è fondamentale. Condividere la cura del bambino fa sì che sulla donna non gravi la percezione di essere l'unica responsabile o colpevole, nel caso qualcosa non vada per il verso giusto con conseguenti vissuti di colpa, insicurezza e disistima che si ripercuoteranno in seguito nel suo rapporto con il figlio e con se stessa” afferma Camerani.

 

“Non dobbiamo avere paura dell'orco che può annidarsi in una madre: dobbiamo capire che è anche la mancanza del nostro sostegno che rende una madre tale” ammonisce invece Spagnuolo Lobb. “Dobbiamo essere capaci di sostenere le esistenze di questi giovani genitori, troppo soli, troppo preoccupati da condizioni lavorative difficili, troppo lasciati a se stessi.

 

Sarebbe auspicabile che eventi come questo convincano la società tutta, nelle sue varie istituzioni, della necessità del sostegno psicologico: una depressione non si cura solo con i farmaci, si cura con relazioni solide e contenitive”.