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Maternità e lavoro

Maternità e lavoro: perché è fondamentale trovare un equilibrio

Di Valentina Murelli
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08 Novembre 2018
In Italia si fanno sempre meno figli e sempre più tardi, con conseguenze economiche, sociali e di salute: tra le cause, anche le responsabilità del mondo del lavoro. Il tema al centro di un convegno organizzato a Milano da Fondazione Cure onlus e Ama Nutri Cresci.

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Rispetto a dieci anni fa, l'anno scorso sono nati in Italia circa 100 mila bambini in meno e la diminuzione costante delle nascite non accenna ad arrestarsi, non solo nell'ambito delle famiglie italiane ma anche in quelle extracomunitarie, che per alcuni anni hanno parzialmente compensato questa tendenza negativa.

 

È, questo, il dato di partenza del convegno (Diventare) Mamme al lavoro organizzato nei giorni scorsi a Milano dalla Fondazione Cure onlus e dal progetto Ama Nutri Cresci, dedicato in particolare al tema della conciliazione tra maternità e lavoro, considerato cruciale per l'inversione di questo trend negativo.

 

Il punto è che questo “inverno demografico”, come lo ha definito nei saluti di apertura la Presidentessa del Senato Elisabetta Casellati, non è per niente cosa buona per il Paese. L'invecchiamento progressivo della popolazione – al primo gennaio 2018 l'età media della popolazione italiana era di 45 anni, con gli over 65 pari a quasi il doppio degli under 15 – comporta conseguenze importanti a livello sociale ed economico. Viene meno l'equilibrio tra valori sociali e culturali condivisi, con inasprimento dello scontro generazionale, c'è un aumento dei costi sanitari e pensionistici, un rischio di incrinatura del sistema previdenziale e così via.

 

Senza contare che la denatalità si accompagna a un altro fenomeno importante, cioè l'aumento progressivo dell'età materna al primo figlio. Non solo si fanno meno figli, ma li si fanno sempre più tardi, il che comporta a sua volta significative ricadute cliniche.

 

“Se nel 2007 l'età media delle donne italiane al primo parto era di 30,6 anni, nel 2017 era passata a 32,4, con il 10% circa dei neonati nati da madri ultraquarantenni” ha ricordato nel suo intervento il professore Enrico Ferrazzi, primario di ostetrica della Clinica Mangiagalli del Policlinico di Milano.  Sottolineando che un'età materna più elevata significa maggior rischio di infertilità – e dunque maggior ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita – maggior rischio di aborto spontaneo e gravidanze extrauterine, maggior rischio ostetrico, in particolare rispetto a eventi come parto pretermine, ipertensione in gravidanza, diabete gestazionale, complicazioni al parto come la distocia.

 

La maternità in Italia è dunque sempre più problematica, per un mix di concause sociali, culturali, ma anche e innegabilmente economiche: “Dalla precarietàd el lavoro, alla disparità di genere, all'impoverimento dei nuclei familiari giovani” ha precisato Sabino Maria Frassà, vice presidente di Fondazione Cure e direttore di Ama Nutri Cresci. Per arrivare alla difficoltà di conciliazione tra maternità e lavoro, vero tema al centro del convegno.

 

“Al di là degli innegabili costi diretti e indiretti che la gravidanza e la genitorialità comportano per le aziende, il personale e il capitale umano in un sistema economico maturo rappresentano il cuore e la potenza di ogni azienda, non la zavorra” ha affermato Frassà. Un'idea assolutamente ragionevole, certo, ma non ancora pienamente realizzata, se per esempio l'INPS ricorda che il 20% delle donne lavoratrici perde il lavoro due anni dopo la nascita del primo figlio.

 

Ma attenzione: qualcosa di buono in questo ambito si muove, ed è proprio su questi passi in avanti che il convegno ha puntato i suoi riflettori, mettendo in evidenza iniziative imprenditoriali virtuose a favore della genitorialità: dal riconoscimento di bonus bebè alla concessione di part time a tutte le madri lavoratrici, dall'estensione del congedo di paternità retribuita (previsto per legge per 4 giorni) alla possibilità di smart working da casa per almeno un giorno alla settimana, dalla creazione di spazi per l'allattamento alla possibilità di orario flessibile in corrispondenza di ambientamenti in asili nido o scuole materne.

 

In qualche modo, dunque, si può fare. Ma perché le buone pratiche siano davveroin grado di incidere seriamente sull'andamento demografico del nostro paese serve che diventino sempre più radicate e diffuse. Ciascuno, in questo, deve fare la sua parte. "Non si deve continuare a cedere alla tentazione tipicamente italiana dello scarica barile" ha esortato Frassà. "Lo Stato siamo "noi" ed è oggi più che mai importante che il settore privato e le imprese assumano maggiori responsabilitaà e un ruolo pro-attivo anche a livello sociale”.