Influenza

Che cosa abbiamo imparato dalla pandemia di influenza del 1918

Di Irma Levanti
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26 Ottobre 2018
Cent'anni dopo la catastrofica “spagnola”, un gruppo di ricercatori australiani ha fatto il punto su quello che sappiamo di questa malattia, e su quanto queste informazioni siano utili per tenerci pronti  in caso di una nuova pandemia.
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Circa un terzo della popolazione mondiale infettata, con una stima di oltre 50 milioni di morti.

È il drammatico bilancio dell'influenza cosiddetta "spagnola", la più catastrofica pandemia influenzale di cui abbiamo notizia, che si è diffusa in tutto il pianeta in tre ondate successive: nella primavera, nell'autunno e nell'inverno del 1918/inizio 1919.

 

A un carico così pesante hanno contribuito sia caratteristiche proprie del virus, sia aspetti relativi allo stato immunitario della popolazione mondiale, sia il contesto sociale in cui si è verificata la pandemia: la guerra mondiale, le precarie condizioni igieniche di molte popolazioni e così via. Per quanto è improbabile che le stesse condizioni si verifichino di nuovo tutte insieme in futuro, una comprensione approfondita dei fattori che hanno reso così grave quella pandemia è fondamentale per prepararsi a un'eventuale, prossima pandemia.

 

A 100 anni dall'influenza del 1918, un gruppo di ricercatori australiani ha fatto il punto su cosa sappiamo di quella malattia e su quanti siamo preparati ad affrontare un'eventuale pandemia futura.

 

Dopo la “spagnola”


Le pandemie sono epidemie di dimensioni mondiali, che si diffondono rapidamente causando un elevato numero di casi e con alti tassi di mortalità. Dopo la cosiddetta spagnola del 1918, si sono verificate nel mondo altre tre pandemie di influenza:

- “asiatica” del 1957;
- influenza di Hong Kong del 1968;
- “suina” del 2009.

Per quanto più lievi di quella di cent'anni fa, hanno comunque sottolineato la costante minaccia rappresentata dai virus influenzali per la salute umana.

 

1. La Spagna non c'entra


Anche se è comunemente nota come “spagnola”, è molto improbabile che la pandemia del 1918 sia partita dalla Spagna. Il fatto è che, non essendo in guerra, la Spagna non censurava le notizie sull'epidemia, cosa che invece succedeva in paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna, che cercavano di contenere le notizie sull'argomento per non abbattere il morale delle truppe o promuovere sospetti sulle reali condizioni degli eserciti.

 

È comunque possibile che il virus responsabile della pandemia sia entrato in contatto con gli esseri umani anche nel biennio precedente il 1918, quando piccole epidemie di influenza ad alta mortalità erano state registrate sia negli Usa, sia in Europa.

 

2. Il primo caso probabilmente negli Usa


Oggi si pensa che la pandemia sia partita da un campo militare in Kansas, negli Stati Uniti. Da qui, le truppe americane avrebbero trasportato il virus sui campi di battaglia francesi, da dove si sarebbe ulteriormente diffuso in tutta Europa.

 

È ragionevole pensare che questi campi siano stati un luogo d'incubazione perfetto per l'endemia, sia per l'elevata densità di popolazione, sia perché molti soldati avevano già i polmoni compromessi per essere stati esposti a gas tossici nelle trincee.

 

3. L'ospite sconosciuto


Spesso, i virus responsabili di pandemie influenzali rappresentano una sorta di combinazione tra pezzi di virus di origine animale (in genere aviaria o suina) e pezzi di virus di origine umana. In pratica: un virus umano e uno animale infettano insieme la stessa cellula umana e vi si ricombinano dando origine a un nuovo virus “misto” che poi inizia a diffondersi.

 

Sembra invece che nel caso della pandemia del 1918 questa ricombinazione non ci sia stata, e che il virus sia stato introdotto direttamente nella popolazione umana a partire da un animale non identificato.

 

4. Manifestazioni diverse in momenti diversi


La “spagnola” non si è rivelata subito in tutta la sua drammaticità: nella prima ondata, durante la primavera del 1918, i sintomi erano di moderata entità e il tasso di mortalità non era più alto che per altre epidemie di influenza. Unica nota caratteristica: l'elevato numero di giovani adulti colpiti.

 

Durante l'ondata dell'autunno la situazione è precipitata: le persone colpite avevano sintomi più gravi, con un tasso di mortalità più elevato. La terza ondata, a fine anno e inizio 2019, è tornata invece a essere meno pesante.

 

5. Il virus ritrovato


All'inizio non si sapeva quale fosse l'agente infettivo coinvolto nella pandemia. Solo nel 1933 si è capito che si era trattato di un virus influenzale, e solo alla fine degli anni novanta è stato possibile saperne di più, grazie al sequenziamento del materiale genetico di virus recuperati da un frammento di tessuto polmonare di un paziente del 1918 conservato in paraffina e dai polmoni di una vittima dell'epidemia rimasta sepolta per decenni nel terreno ghiacciato dell'Alaska.

 

L'analisi genetica ha permesso di identificare una serie di fattori responsabili dell'elevata virulenza di quel virus, mentre un recente studio condotto con i furetti ha permesso di mostrare che il virus responsabile della pandemia può diffondersi e colpire anche tessuti differenti da quelli respiratori, il che probabilmente ha contribuito alla gravità della malattia.

 

6. Come valutare il potenziale pandemico di nuovi virus influenzali


Gli esperimenti condotti negli ultimi vent'anni sui virus responsabili della pandemia del 1918 hanno fornito importanti informazioni su come i nuovi virus influenzali si adattano alle popolazioni umane, il che può essere usato per valutare il potenziale rischio pandemico associato ai virus influenzali circolanti.

 

7. L'importanza della rete di sorveglianza globale


Perché la valutazione del rischio pandemico dei nuovi virus circolanti sia davvero efficace occorre che i loro “movimenti” siano seguiti in tempo reale in tutto il mondo. A questo scopo è stato istituito il Sistema di sorveglianza e risposta globale all'influenza, basato su imponenti sforzi di cooperazione internazionale.

 

La sorveglianza permette di intervenire in modo tempestivo se si verificano situazioni allarmanti, come succede quando si decidono abbattimenti di massa di volatili infettati con virus potenzialmente pandemici.

 

Secondo gli esperti, questi sforzi dovranno ulteriormente intensificarsi in futuro, a causa dei cambiamenti climatici che in modo inevitabile influenzeranno anche i movimenti dei virus tra animali ed esseri umani.

 

8. Mortalità alta (o altissima), ma non per tutti


Si stima complessivamente, per tutto il mondo, un tasso di mortalità di 2,5-5 decessi ogni 1000 individui colpiti. Ma attenzione: in alcuni paesi la mortalità è stata più bassa, in altri molto più alta (445 casi ogni 1000, poco meno di uno su due, in Camerun).

 

9. Età e mortalità


Nelle forme “normali” di influenza (non pandemiche), il genere la mortalità è più elevata per i bambini e per gli anziani. Nel caso delle pandemie, invece, risultano colpiti soprattutto i giovani adulti (da 15 a 30 anni), e questo è stato particolarmente evidente nel caso della pandemia del 1918.

 

Questo probabilmente è dipeso dal fatto che le persone più anziane erano già entrate in contatto, in passato, con ceppi virali simili, che hanno determinato il mantenimento di una certa protezione immunitaria nei confronti del virus del 1918.

 

10. Malnutrizione e influenza


Sembra banale dirlo, ma giova ricordare che lo stato nutrizionale di una persona condiziona la gravità delle manifestazioni dell'influenza. Questo vale sicuramente in caso di sottonutrizione, come ha dimostrato il caso dell'India, particolarmente colpita dalla pandemia del 1918 a causa di una concomitante siccità e carestia.

Tra l'altro, di nuovo gli esperti sottolineano i rischi che potrebbero rappresentare a questo proposito i cambiamenti climatici, probabilmente destinati, in un prossimo futuro, a provocare carestie per le influenze negative sui raccolti.

 

Ma vale anche per l'ipernutrizione: ormai è ben noto che l'obesità aumenta il rischio di ospedalizzazione e di mortalità in caso di influenza.

 

11. Igiene per la prevenzione


Una serie di osservazioni effettuate sia durante la pandemia del 1918 sia durante pandemie ed epidemie successive hanno permesso di individuare alcune semplici norme igieniche che possono aiutare a ridurre la circolazione dei virus influenzali in modo significativo:

  • lavaggio accurato e frequente delle mani;
  • misure di riduzione dei contatti sociali, per esempio con la chiusura delle scuole o il divieto di riunioni di massa. Ovviamente, misure così drastiche valgono in situazioni particolari. Si stima che la chiusura per due settimane delle scuole a Città del Messico, durante la pandemia del 2009, abbia ridotto di poco più del 30% la trasmissione di influenza.

Più controversa la questione delle mascherine per il volto, che per funzionare devono essere di materiali adeguati e indossate in modo accurato.

 

Queste misure comunque funzionano se sono applicate a partire delle primissime fasi della pandemia, e per tutta la sua durata.

 

12. L'importanza di un vaccino universale


Un vaccino in grado di offrire protezione duratura e ad ampio spettro, cioè nei confronti di più ceppi virali influenzali possibile, rimane l'obiettivo fondamentale delle strategie di preparazione nei confronti di una pandemia. In tutto il mondo vari laboratori sono all'opera per tentare di centrare questo obiettivo.

 

Nel frattempo, è fondamentale – secondo i ricercatori australiani autori dell'articolo – che i governi informino bene le popolazioni su cosa aspettarsi e come comportarsi in caso di pandemia.

 

“Una lezione importante che abbiamo imparato dalla pandemia del 1918 è che una risposta adeguata da parte di un pubblico ben preparato può salvare molte vite”.