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Comportamento

Social ed educazione: la civiltà in rete crea fiducia nell'altro

Di Niccolò De Rosa
social-educazione

09 Febbraio 2018
Uno studio italiano ha dimostrato come il confronto civile sul Web possa aumentare la fiducia nel prossimo anche nella vita reale. Un buon motivo per invertire la tendenza di aggressività e livore che ormai dominano le bachece di qualsiasi pagina Web

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Nella giungla di Internet, l'utente medio è ormai assuefatto a insulti e fake news che infestano qualsiasi bacheca Web con un minimo di traffico, ma nonostante ciò, un semplice scambio di pareri civili e pacati può ancora fare tutta la differenza del mondo.

 

A dircelo è lo studio Civility and Trust in Social Media, finanziato dalla regione Sardegna e condotto da un gruppo di ricercatori italiani, i quali hanno voluto testare l'influenza dei comportamenti on-line sui nostri atteggiamenti nella "vita reale".

 

L'esperimento sociale

Per sapere come la civiltà (o l'inciviltà) in rete possa incidere sulle nostre azioni, i ricercatori hanno diviso un campione omogeneo di volontari in tre gruppi:

 

  • Il primo gruppo doveva partecipare su Facebook a vere discussioni nate su pagine di alcune testate giornalistiche che trattavano contenuti violenti e aggressivi. I partecipanti si sono quindi trovati di fronte a molti commenti razzisti, complottisti, sessisti o inneggianti alla violenza più cruda.
  • Il secondo gruppo invece doveva prendere parte a discussioni simili ma dai toni decisamente più stemperati.  Qui infatti i commenti (inventati daggli organizzatori dell'esperimento) erano pacati, gentili e aperti al confronto dialettico.
  • Il terzo gruppo infine doveva leggere alcuni articoli sui medesimi argomenti affrontati nelle due discussioni ma senza alcun tipo di confronto con altri utenti di Facebook.

Al temine di questa fase, tutti i partecipanti si sono poi dovuti cimentare in  un "trust game", un gioco della fiducia basato su un meccanismo scientificamente testato e molto utilizzato in esperimenti di questo tipo.

Il gioco consiste sostanzialmente in un reciproco scambio basato sulla valutazione dei propri interessi e, soprattutto, di quella dei propri compagni: un soggetto sceglie di donare (o non donare) anonimamente una certa somma di denaro ad un altro giocatore. Tale somma, viene moltiplicata per tre dallo sperimentatore e poi consegnata al secongo giocatore.

Questo, una volta ricevuto (o non aver ricevuto) il dono moltiplicato per tre, deve decicidere a sua volta se restituirne una parte al primo giocatore.

A seconda degli importi donati e restituiti, i ricercatori che osservano l'esperimento possono misurare il grado di fiducia stabilitosi tra i vari partecipanti.

 

In tal modo si è potuto verificare che i membri del secondo gruppo (quello esposto a commenti concilianti e più civili) risultavano più inclini alla fiducia reciproca. Ciò dimostrerebbe dunque che atteggiamenti costruttivi ed educati possono davvero migliorare la qualità del confronto.

 

 

E i partecipanti che se la sono dovuta vedere con haters e fake news? Ebbene, dal trust game non si è palesato alcun effetto. Questo significa che purtroppo l'utente medio è abituato al tenore delle discussioni on-line, troppo spesso eccessivamente aggressive, e dunque parte ben preparato e senza alcuna aspettativa nel comportamento dell'altro.

 

«L'idea della ricerca è nata dall'osservazione di una correlazione negativa tra uso di Facebook e Twitter e fiducia negli altri individuata analizzando i dati dell'Indagine Multiscopo dell'Istat - ha detto Fabio Sabatini, economista della Sapienza e co-autore dello studio su Repubblica.it - le statistiche del Pew Research Center suggeriscono che la causa di questo trend potrebbe essere il dilagare dell'inciviltà online. Basti osservare il clima di questa campagna elettorale sui social. Sciami di commentatori che giustificano il terrorista di Macerata e invitano a uccidere, espellere e deportare chi è già scampato a guerre e persecuzioni. Quante volte ci cadono le braccia leggendo commenti aggressivi e manifestazioni di razzismo, sessismo e omofobia su Facebook?».