Social media e adolescenti

L'effetto dei social network sul benessere degli adolescenti? Forse più piccolo di quanto si pensi

Di Valentina Murelli
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04 Giugno 2019
È la conclusione di uno studio inglese che ha coinvolto oltre 12 mila ragazzi, trovando effetti davvero minimi (anche se leggermente più evidenti per le femmine). In ogni caso ne sappiamo ancora troppo poco: servono più ricerca e la collaborazione dei giganti dei social per accedere a dati più affidabil
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Siamo tutti abbastanza convinti che stare sui social faccia male ai ragazzi. Del resto sono stati pubblicati studi che mostrano un'associazione tra elevato utilizzo di social network e aumento del rischio di sintomi depressivi o in generale di stati di malessere tra gli adolescenti. Ora, però, i risultati di una serie di lavori del gruppo di ricerca dello psicologo Andrew Przybylski, dell'Oxford Internet Institute, sta mettendo in crisi questa convinzione, suggerendo che gli effetti dei social sul benessere dei ragazzi potrebbero essere meno significativi di quanto pensato.

 

L'ultimo “colpo” viene da un'indagine che ha riguardato le abitudini di navigazioni sui social di oltre 12 mila adolescenti britannici, seguiti tra il 2009 e il 2017 nell'ambito di un progetto di ricerca nazionale di più ampia portata. Oltre che informazioni sul tempo di utilizzo di Facebook, Instagram e simili, ai ragazzi è stato chiesto di rispondere ad alcune domande utili per dedurre il loro grado di soddisfazione della vita e le caratteristiche della loro famiglia. La novità principali di questo studio – i cui risultati sono stati pubblicati dalla rivista PNAS – sono state due: da un lato, il fatto che i ricercatori hanno cercato di capire non solo se il tempo passato sui social può influenzare negativamente il benessere dei ragazzi, ma anche il contrario e cioè se essere più o meno soddisfatti della propria vita determina un cambiamento nella fruizione dei social. Dall'altro, il fatto che tutti i dati raccolti sono stati analizzati non in un solo modo, ma secondo più modelli statistici differenti.

 

Il primo risultato a balzare agli occhi è che molti dei modelli utilizzati non hanno evidenziato alcuna associazione significativa tra tempo passato sui social network e grado di soddisfazione (o viceversa). Tra quelli che hanno mostrato effetti, invece, questi ultimi si sono rivelati davvero limitati, soprattutto nel caso dei maschi, e questo in entrambe le direzioni. Per le ragazze i social sembrano pesare un pochino di più sul benessere emotivo (e viceversa: il grado di soddisfazione influenza un pochino di più il tempo passato in rete), ma si tratta comunque di poca cosa.

 

In altre parole, che si passi tanto o poco tempo su Instagram & Co non sembra cambiare più di tanto l'umore.

 

Ma attenzione: questo non significa che si possono sdoganare completamente i social. Il vero nodo della questione messo in luce dai risultati della squadra di Przybylski è che non abbiamo ancora informazioni sufficienti per capire bene da che parte stare rispetto a queste nuove modalità di comunicazione e che dunque è prematuro, da questo punto di vista, prendere eventuali decisioni politiche sulla loro regolamentazione.

 

Il rischio, insomma, è che attorno al tema dell'effetto dei social media sulla salute mentale e il benessere dei ragazzi che li utilizzano si stia creando un dibattito molto acceso, ma poco sostenuto da dati e fatti.

 

È il punto sostenuto anche dal giornalista scientifico Brian Resnick in un recentissimo articolo sul magazine online Vox: non ci sono prove definitive per concludere che smartphone e Internet abbiano causato un peggioramento della salute mentale dei ragazzi. Al contrario, serve più ricerca sull'argomento e serve che sia fatta meglio, perché ci sono ancora molti limiti metodologici, che sminuiscono il reale significato dei risultati ottenuti e questo vale anche per gli ultimi lavori di Przybylski e colleghi.

 

Per esempio, i dati sul tempo trascorso sui social sono riferiti dai ragazzi, ma questa procedura comporta necessariamente delle inesattezze (alcuni studi mostrano che si tende a sovrastimare il tempo che si passa su Internet). Inoltre, non è possibile sapere che cosa abbiano fatto esattamente i ragazzi durante quel tempo: chattato con un amico? Seguito profili Instagram chiaramente pro-Ana? Preso in giro dei compagni o, al contrario, giocato con loro? Sono esperienze molto diverse, che potrebbero avere effetti differenti.

 

Una soluzione per risolvere almeno questo problema ci sarebbe: basterebbe ottenere i dati reali di utilizzo dei vari social alle company proprietarie, che si tratti di Facebook, Google o Apple, e i ricercatori si stanno muovendo proprio in questo senso (ovviamente, i dati potrebbero essere passati ai ricercatori previo consenso degli utilizzatori o dei loro genitori se minorenni).

 

Nel frattempo, i consigli per i genitori di ragazzi (e, talvolta, bambini) che frequentano i social rimangono gli stessi: aiutarli a farlo in modo consapevole, coinvolgendoli il più possibile in un dialogo sulle loro esperienze in rete, e spegnere tutto almeno un'ora prima di andare a dormire, per non compromettere il sonno notturno.