Antibiotici ai bambini

Antibiotici: in calo, ma ancora troppe le prescrizioni inutili secondo l'Agenzia del farmaco

Di Valentina Murelli
antibiotici_bambini
21 Marzo 2019
Un bambino su due sotto i sei anni ha ricevuto nel 2017 almeno una prescrizione di antibiotici. Ne abbiamo parlato con Antonio Clavenna, responsabile del laboratorio di  farmacoepidemiologia dell'Istituto Mario Negri di Milano.
Facebook Twitter More

Nel corso del 2017, il 50% dei bambini sotto i sei anni (uno su due) ha ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici. Sotto i 13 anni sono stati complessivamente quattro su dieci, con una prescrizione media di 2,6 confezioni di farmacia bambino. A dare i numeri sull'uso di antibiotici in Italia nei bambini – e non solo – nel 2017 è un rapporto appena rilasciato dall'Agenzia italiana del farmaco, Aifa, secondo il quale questi risultati mostrano chiaramente “una frequente esposizione dei bambini agli antibiotici”.

 

I dati raccolti mostrano che l'utilizzo di antibiotici in età pediatrica non è uguale in tutto il paese: nel Sud i tassi di prescrizione sono più elevati che al Centro o nel Nord, con un consumo totale di antibiotici per le regioni meridionali che è del 18% superiore alla media nazionale.

 

Con il 41,9% delle prescrizioni, tra i farmaci più utilizzati troviamo in prima posizione le associazioni di penicilline (come nella fortunatissima combinazione amoxicillina più acido clavulanico), seguite da cefalosporine (22,9%) e macrolidi (18,7%), che però dovrebbero essere considerati come farmaci di seconda scelta, da impiegare per il trattamento di infezioni particolarmente gravi. Relativamente poco utilizzata l'amoxicillina da sola (14,3%), che pure dovrebbe essere considerato l'antibiotico da scegliere per le più comuni infezioni dell'età pediatrica.

 

Abbiamo chiesto al dott. Antonio Clavenna, responsabile dell'Unità di farmacoepidemiologia del laboratorio per la salute materno-infantile dell'Istituto Mario Negri di Milano, di aiutarci a capire meglio il significato e la portata di questi dati.

 

Un bambino su due sotto i sei anni che prende almeno un antibiotico all'anno. Non è tanto?
In effetti sì, però è una situazione normale per l'Italia. Sappiamo da tempo che da noi la probabilità per un bambino di ricevere antibiotici è due volte più elevata che in paesi del Nord Europa come Olanda, Inghilterra o paesi scandinavi.

 

Perché queste differenze? È possibile che i nostri bambini si ammalino di più?
In effetti verrebbe da dire che il clima mediterraneo non fa poi così bene, visto questo utilizzo di farmaci... Al di là della battuta, queste differenze hanno più a che fare con atteggiamenti culturali della popolazione generale e dei medici che con reali differenze nell'incidenza delle malattie.

 

Da noi la popolazione – dunque per esempio i genitori – è molto abituata agli antibiotici, per cui al minimo sintomo li richiede. D'altra parte i medici sono molto abituati a prescriverli, andando anche incontro a questa richiesta del pubblico. Si instaura così un circolo vizioso difficile da interrompere, anche se è esattamente quello che bisognerebbe fare. Puntando da un lato sull'educazione della popolazione e dall'altro su quella dei medici.

 

Più in generale, da vari studi emerge che oltre alla pressione di pazienti e genitori ci sono vari fattori in grado di influenzare la prescrizione di antibiotici da parte del medico: per esempio l’incertezza sulle cause dell'infezione (virale o batterica?), i timori per le possibili complicazioni infettive e/o per conseguenze di tipo medico-legale, la mancanza di competenze adeguate, l’influenza del marketing o dei colleghi.

 

Il consumo di antibiotici in Italia: tutti i dati Aifa per il 2017


Il rapporto dell'Agenzia italiana del farmaco sull'uso di antibiotici in Italia nel 2017 contiene una notizia buona – i consumi sono in calo e si sono stabilizzati su 25,5 dosi giornaliere per 1000 abitanti, assunte per lo più su prescrizione del medico di famiglia o del pediatra – e una notizia meno buona: sono comunque consumi ancora elevati, superiori alla media europea.

I dati confermano inoltre una grande variabilità territoriale sia nel numero delle prescrizioni, più numerose al Sud che al Nord o al Centro, sia nella tipologia degli antibiotici utilizzati, con le regioni del Sud più propense alla prescrizione di molecole considerate più opportune come seconda scelta. Anche in questo caso, però c'è una buona notizia, e cioè una progressiva tendenza a un uso più attento di questi medicinali, con particolare riduzione dei consumi proprio nelle aree di maggiori utilizzo.

Su base nazionale, infine, si riscontra un maggior utilizzo degli antibiotici nei mesi invernali (il record spetta a gennaio, con 27,3 dosi giornaliere per 1000 abitanti, contro le 13,2 dosi di agosto) e, per quanto riguarda le fasce d'età, nei primi quattro anni di vita o dopo i 75 anni.

 

In quali occasioni di solito vengono prescritti antibiotici ai bambini, e quando servono davvero?


Le condizioni per le quali sono più frequentemente prescritti sono le infezioni delle vie aeree e in particolare otite e faringotonsillite (meno spesso la polmonite, che per fortuna è più rara) oppure infezioni delle vie urinarie.

 

Ovviamente ci sono circostanze nelle quali sono davvero necessari, ma in molti casi anche queste infezioni potrebbero guarire da sole, senza bisogno di antibiotici, sia perché spesso sono causate da virus e non da batteri – la stima è che succeda nel 60% circa dei casi - sia perché anche quando sono causate da batteri potrebbero comunque risolversi da sole.

 

Prendiamo l'otite: a meno di situazioni particolari (come per un bambino con meno di due anno o con otite bilaterale), quando si preferisce intervenire subito con l'antibiotico, l'approccio suggerito dalle linee guida è quello dalla vigile attesa, cioè non prescriverlo subito, ma aspettare un paio di giorni durante il quale ovviamente il bambino viene tenuto sotto controllo. Se in 48 ore i sintomi non passano o peggiorano allora si interviene.

 

Nel caso della faringotonsillite , invece, l'antibiotico è indicato in particolare se si tratta di un'infezione da streptococco, soprattutto per evitare il rischio di complicazioni (per quanto rare) come malattie reumatiche o problemi renali. Per sapere se c'è o meno streptococco basta fare un test rapido nello studio del pediatra: i dati di letteratura indicano che si tratta di un test molto utile per ridurre le prescrizioni non appropriate di antibiotico.

 

I dati del rapporto Aifa mostrano che le prescrizioni di antibiotici hanno un picco nei mesi invernali, quelli caratterizzati dal dilagare di sindromi influenzali e para-influenzali. È possibile che vengano somministrati anche per queste sindromi, che sono però di origine virale?
Si, può succedere, e non così raramente. Dovremmo fare più come gli inglesi, che di fronte a un'infezione delle vie aeree superiori, con raffreddore, mal di gola o un po' di tosse, tendenzialmente aspettano qualche giorno prima di prendere decisioni su eventuali farmaci. Noi invece abbiamo la tendenza a intervenire al primo sintomo.

 

Vorremmo che passasse tutto in fretta...
Già, vorremmo guarire ancora prima di ammalarci, ma la verità è che alcune infezioni devono fare il loro corso e durano a lungo, anche una settimana o due.

 

L'altro dato che emerge con forza dal rapporto Aifa è che non solo usiamo tanti antibiotici, ma spesso li usiamo male, preferendo come prima scelta farmaci che andrebbero usati in seconda battuta, per infezioni più serie. Come lo commenta?
Proprio così: i dati dicono che nei bambini si usano spesso cefalosporine o macrolidi, in teoria considerati farmaci ai quali fare ricorso in caso di infezioni un po' più gravi e in genere nell'ambito di trattamenti ospedalieri. Eppure da noi sono prescritti anche come prima scelta di trattamento: un atteggiamento legato in parte alle spinte del marketing aziendale, o al fatto che in alcuni casi sono prodotti più “comodi”, perché richiedono una sola somministrazione al giorno e non due o tre (più difficili da gestire con i bambini).

 

Un nostro studio di alcuni anni fa – ma la situazione non è cambiata – mostrava che in paesi come Svezia, Danimarca, Olanda, le cefalosporine sono prescritte pochissimo al di fuori degli ospedali. È una scelta importante, anche di salute pubblica, perché significa riservare questi farmaci preziosi alle sole infezioni in cui potrebbero fare la differenza, senza “sprecarli” per condizioni gestibili in altro modo come la faringotonsillite.

 

Troppi antibiotici, usati anche male: che cosa può comportare questo utilizzo inappropriato per i singoli e per la collettività?
Per i singoli il rischio di esporsi a effetti collaterali magari anche lievi (diarrea, nausea, vomito), ma sofferti inutilmente se il farmaco non era necessario. Per la collettività (ma poi di riflesso ovviamente anche su ciascuno di noi) il rischio che con il tempo si sviluppino batteri resistenti a uno o più antibiotici, che non possono più essere uccisi da quel farmaco o da quei farmaci. Il fenomeno della resistenza porta a conseguenze molto importanti per la salute, come fallimenti terapeutici, necessità di ricorrere ad antibiotici più potenti, prolungamento della durata della malattia, aumento del rischio di complicazioni anche gravi.

 

La questione è molto seria, anche se per ora da noi è confinata soprattutto all'interno degli ospedali: essere ricoverati significa essere esposti al rischio di contrarre infezioni resistenti, che soprattutto negli anziani possono rivelarsi mortali. Come riferisce anche il rapporto Aifa, una recente indagine del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie indica che nel 2015 un terzo dei decessi per infezioni antibiotico-resistenti di tutta l'area europea si è verificato nel nostro paese.

 

Qual è il modo corretto per assumere un antibiotico?
Seguire sempre le indicazioni del medico, in termini di dosaggio (quanto prenderne), frequenza di assunzione (ogni quanto prenderlo) e durata della terapia (quando smettere).

 

I probiotici possono ridurre il rischio o l'intensità di eventuali effetti collaterali degli antibiotici come la diarrea?
Una risposta conclusiva a questa domanda ancora non c'è, perché non ci sono ancora dati del tutto definitivi. Quello che è emerso finora è che sembra che alcuni ceppi possano avere un effetto positivo in questo senso (per esempio Lactobacillus reuteri e Lactobacillus rhamnosus GG), ma per esempio rimane da chiarire a quale dosaggio.

 

Altra fonte per questo articolo: A. Clavenna, Come e quando si sbaglia a prescrivere antibiotici: l’identikit degli errori più comuni, "Acta pediatrica" 2018.