Bon ton per i bimbi

Insegnare le buone maniere ai più piccoli

Di Valentina D'Andrea
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19 febbraio 2013
Chi impara le ‘buone maniere’ da bambino non le dimentica più. Ecco un mini-galateo dei giorni nostri

Insegnare le buone maniere ai bambini è un imperativo categorico se si desidera che i figli siano destinati al successo nella vita sociale. Chi impara le regole base del galateo durante l’infanzia è destinato a non dimenticarle mai più: per questo è irrinunciabile che i genitori le impartiscano, prima di tutto con l’esempio, che rappresenta sempre la lezione più efficace. Di seguito un mini-galateo dei giorni nostri, che comprende tutto quello che serve sapere per essere “bene educati” senza affettazione né manierismi.

 

Va sottolineato che le esagerazioni del passato sono state superate e che oggi “buona educazione” significa soprattutto evitare i gesti e le azioni che possono ferire, disgustare (questo vale soprattutto a tavola), infastidire, innervosire, mettere a disagio i propri interlocutori. La gentilezza, che deve corrispondere a un “gentile sentire”, rappresenta l’elemento aggiuntivo e irrinunciabile per essere considerati maestri di buone maniere.

 

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Appuntamenti: la puntualità è d’obbligo. Il sorriso sulle labbra è consigliabile.

 

A tavola: il diktat è "non infastidire". E’ dunque obbligatorio tenere i gomiti vicino al corpo, masticare con la bocca chiusa, non parlare con il cibo in bocca, pulirsi la bocca prima di bere. L’uso dello stuzzicadenti è vietato. Dire “buon appetito” è sconsigliabile. Leccarsi le dita unte è inammissibile. Fare la scarpetta invece, perché no?

 

Conversare: una buona conversazione deve prevedere anche l’ascolto. I monologhi sono vietati, la vuota polemica inaccettabile.

 

Cura della persona: denti e capelli devono essere sempre splendenti. Le mani fresche di acqua e sapone, le unghie perfettamente spazzolate, i vestiti puliti. Nessuna zona del corpo deve emanare un odore sgradevole: se si suda tanto ci si deve lavare di più e si deve usare più deodorante. Se si usa il profumo va fatto con parsimonia, tenendo presente che l’”effetto scia” ottiene quasi sempre l’effetto contrario a quello sperato.

 

Gaffe: sono come le ciliegie, una tira l’altra. Quando se ne commette una è dunque bene fare finta di nulla, evitando soprattutto di aggiustarla. La speranza da nutrire è quella che non sia stata colta. Se si è oggetto di una gaffe è gentile dare da intendere di non averla sentita.

 

Grazie e per favore: sono paroline magiche, che rendono simpatico chi le pronuncia e più disponibile e accondiscendente chi se le sente dire.

 

Mani: vanno lavate prima dei pasti, eventualmente dopo i pasti e tassativamente dopo essere andati in bagno (questa regola va insegnata a partire dall’ingresso del vasino).

 

Parolacce: meno se ne dicono, meglio è specialmente davanti al bambino. Prima di pronunciarle è comunque bene capire se farlo potrebbe essere in qualche modo grave. Le bestemmie invece sono inammissibili, sempre e comunque a prescindere da tutto e da tutti.

 

Posate: forchetta e cucchiaio si usano per portare il cibo alla bocca. Il coltello serve per tagliare e non va mai portato alla bocca (è una questione di buon senso prima che di bon ton, perché la lama potrebbe ferire le labbra).

 

Preparare la tavola: non devono comparire gli stuzzicadenti. L’acqua andrebbe messa in una brocca, il vino va servito nella sua bottiglia. I tovaglioli di carta sono ammessi solo in una cena tra amici. Le tovagliette americane vanno messe sul tavolo nudo e mai sopra la tovaglia. La tovaglia deve essere immacolata e stirata: meglio niente che con ombre sospette. Il centrotavola non deve essere troppo ingombrante (non deve impedire ai commensali seduti di fronte di guardarsi in faccia) e va messo appunto al centro della tavola. Il pane va servito in singoli piattini, uno per commensale. Il piatto fondo si usa solo per le minestre e non per la pastasciutta. Non si deve insistere affinché i propri ospiti si servano una seconda volta. L’invito a “prenderne ancora un po’” va fatto una sola volta e mai più.

 

Presentazioni: si deve tendere la mano e prendere quella dell’interlocutore con ragionevole decisione, senza strafare. Le mani altrui non vanno stritolate, esattamente come è vietato porgere una mano inerte. Se si è seduti ci si deve alzare in piedi: sì anche se si è donne. Solo i vecchissimi, senza più forza negli arti inferiori possono restare seduti.

 

Regali: chi li riceve li deve aprire immediatamente alla presenza di chi li ha fatti. Chi li fa, li deve porgere con naturalezza, senza prostrarsi in scuse perché “troppo modesti” e senza enfatizzare il loro eventuale valore.

 

Saluti: salutare è un gesto a cui non si deve in nessun caso rinunciare. Salutare per primi è un segno di grande civiltà. Togliere il saluto non è mai del tutto vantaggioso.

 

Scrivere: e-mail, sms, lettere, fax devono avere una caratteristica comune: l’assenza di strafalcioni, la chiarezza espositiva, una certa eleganza nella forma e la concisione. Più è lunga una missiva meno sono le probabilità di non annoiare chi legge (salvo rare eccezioni). Tutto va firmato, sms compresi.

 

Telefonare: dopo aver chiamato ci si presenta sempre, mentre è vietato chiedere “chi parla?”.

 

Toilette: dopo i sei anni di età, ci si va senza specificare a fare cosa. La stanza da bagno si usa con la porta chiusa a chiave: non è opportuno portarsi dietro i bambini. Fin da piccoli si deve imparare che esistono momenti privatissimi da cui gli altri (tutti gli altri) possono essere esclusi.

 

Tossire e starnutire: l’ideale è farlo proteggendosi naso e bocca con il braccio, tenendo il gomito piegato, come fanno i medici che ben sanno come si trasmettono le infezioni delle vie respiratorie. Questo gesto andrebbe insegnato il prima possibile.

 

Viaggi in treno o in aereo: non bisogna disturbare chi sta accanto in nessun modo (né con la voce, né espandendosi troppo). Se si ha voglia di conversare si deve anche essere sicuri che lo stesso desiderio sia condiviso dai vicini di posto.

 

Voce: va tenuta sempre ragionevolmente bassa. Urlare è un esercizio che stressa chi lo compie e irrita chi lo subisce. Un tono di voce pacato risulta sempre più convincente e fa apparire sempre e comunque dalla parte della ragione (in quanto equilibrati).