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Febbre del bambino: cosa fare (e cosa non fare)?

 
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20 Dicembre 2018
Spesso bastano poche linee di temperatura più alta del normale per mandare in tilt le mamme, che ricorrono a qualsiasi rimedio pur di risolvere il problema. Ecco alcuni consigli su come capirlo e affrontarlo serenamente
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Si chiama «fever phobia», ed è facilissimo tradurlo in italiano. Altrettanto facile è la modalità che la scatena: poche linee di febbre nei pargoli di casa. Basta una temperatura di 37.3° per generare in mamma e papà un’ansia quasi ingestibile, fatta di continue misurazioni della temperatura e di telefonate al pediatra, costretto a ricorrere a un surplus di pazienza.   

La «fever phobia» nasce perché sulla febbre del bambino ci sono cose da chiarire, e altre da sapere. Ecco allora alcune domande, con le relative risposte, per curare al meglio i piccoli di famiglia  e restituire ai genitori l’opportuna tranquillità.   

Quando si può parlare di febbre, e quando è il caso di trattarla? 
Una temperatura tra i 36.5 e i 37.5 gradi è normale. Oltre possiamo parlare di febbre, ma il trattamento diventa opportuno con una temperatura che superi i 38°. Tuttavia, il consiglio più sensato non è quello di seguire con precisione estrema l'indicazione del termometro, quanto di capire lo stato generale del bambino: se prova malessere o dolori, allora si può procedere con il trattamento.   

Qual è il modo più affidabile per misurarla? 
Ricorrere a strumenti affidabili. Lo sono i termometri digitali, che costano poco e misurano rapidamente la temperatura: tra questi sono consigliati gli ascellari, più precisi. È meglio evitare le misurazioni rettali e orali.   

Quali termometri è meglio non usare? 
Posto che i vecchi termometri a mercurio, utilizzatissimi in passato, non sono più venduti perché basati su un metallo tossico, quelli poco raccomandabili sono i termometri a cristalli liquidi (poco precisi) e gli auricolari. Questi ultimi vanno inseriti nell’orecchio, e per quanto consentano una misurazione rapida, se non posizionati in modo corretto, sono soggetti a errori.                                 

Una volta misurata la febbre, quando è opportuno consultare il pediatra?
È opportuno farlo tempestivamente se il bambino ha meno di 6 mesi di età, se è molto abbattuto o assente, se mostra difficoltà respiratorie, se ha convulsioni, se il sonno non è naturale. Lo è anche se la febbricola persiste per diversi giorni o se è elevata e non risponde alla somministrazione di antipiretici.   

Parliamo quindi di farmaci: quali sono i più efficaci? 
Ibuprofene e paracetamolo, gli unici due farmaci raccomandati dalle linee guida da utilizzare per il trattamento della febbre. Molteplici studi hanno evidenziato profili di efficacia e di sicurezza sostanzialmente sovrapponibili tra le due molecole, a patto che siano utilizzate con un dosaggio appropriato. Un punto importante: non alterniamo mai i due farmaci; se iniziamo con uno, continuiamo con quello. Entrambe le molecole hanno proprietà antipiretica e analgesica. C’è da aggiungere che l’ibuprofene, rispetto al paracetamolo, ha una proprietà in più: quella anti-infiammatoria. Ciò lo rende efficace anche per situazioni che possono sorgere con la febbre, per esempio le otiti.  

Ogni quanto vanno presi i farmaci? 
Di massima ogni 4-6 ore il paracetamolo, e ogni 6-8 ore l’ibuprofene.   

Ed è meglio una supposta, o una bustina, o altro? 
Posto che di massima è da preferire la somministrazione per via orale, la risposta giusta a questa domanda è: cercare sempre di favorire il miglior rispetto della terapia scegliendo la formulazione che sia in primis più gradita al bimbo, e poi più agevole per i genitori. Ecco perché è fondamentale che i genitori stessi abbiano sempre indicazioni chiare sulla formulazione prescritta e sul dosaggio raccomandato. Quindi sciroppo, capsule molli masticabili, compresse da deglutire, compresse orodispersibili, supposte: tutti questi formati vanno bene se somministrati seguendo le indicazioni date dal pediatra in base al peso dei bimbi e alle esigenze di ogni fascia d’età. A riguardo, possiamo dire che la somministrazione rettale, raccomandata qualora il bambino non tolleri la somministrazione orale (in caso ad esempio di vomito), prevede due tipi di supposte: una per bambini da 3 mesi a 2 anni, con peso variabile tra i 6 e i 12,5 kg; un’altra per i bimbi dai 2 ai 6 anni con peso tra i 12,5 e i 20,5 kg. Per la somministrazione orale possiamo distinguere sciroppi più o meno concentrati per bimbi dai 3 mesi fino a 6 anni e 20 kg, e oltre quell’età e quel peso fino ai 12 anni o 43 kg di peso. Per la stessa fascia di età e peso (dai 7 anni o 20kg di peso fino ai 12 anni o 40 kg di peso) esistono anche le capsule molli masticabili come alternativa allo sciroppo. Oltre si passa alle compresse orodispersibili, indicate a partire dai 12 anni e oltre.   

Bagni freddi, spugnature, ghiaccio: possono aiutare? 
No, vanno evitati. Così come va evitato di coprire eccessivamente il bambino; il contrario è invece molto utile. Bisogna poi mantenere un buon livello di idratazione, controllando lo stato delle labbra e della lingua per assicurarsi che non siano secche, e che la bocca abbia sempre una buona salivazione. Nei bimbi più piccoli una fontanella infossata può essere indice di disidratazione.   

E quanto al cibo? 
È da prediligere l’alimentazione leggera, fatta di pasti piccoli e frequenti. I carboidrati prevengono la comparsa di acetone. Frutta e verdura sono invece importanti per il contenuto di liquidi e vitamine. Se comunque il bimbo non ha fame, non bisogna preoccuparsi: l’importante è che beva, sia acqua sia soluzioni reidratanti per non disidratarsi.

 

 

In collaborazione con RB Healthcare

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